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Sorrisi e saluti agli ostaggi: così Hamas prova a ripulirsi l’immagine

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Ultimo aggiornamento 28 Novembre, 2023, 22:19:55 di Maurizio Barra

Li ha salutati in favore di telecamera, nella loro lingua. «Shukran», «Grazie». La prima parola in libertà pronunciata da Maya Regev, 21 anni, è stata rivolta ai carcerieri che l’hanno tenuta in ostaggio per più di 50 giorni. O, almeno, questo è quanto mostrano le riprese effettuate dai miliziani di Hamas.

«Sparano tutti, ci stanno uccidendo», aveva invece urlato in lacrime Maya nell’ultima telefonata ai familiari prima di essere rapita al Supernova Music Festival del 7 ottobre. Le immagini l’hanno ora immortalata mentre percorreva con l’aiuto di un paio di stampelle l’ultimo miglio della sua prigionia fino al pullman della Croce Rossa, prima di sorridere ai miliziani e di ringraziarli. Un congedo che Hamas ha immediatamente condiviso sui propri canali Telegram, il primo di molti contenuti dello stesso tenore diffusi dall’inizio della tregua. La prima a mostrare un atteggiamento cordiale nei confronti dei propri sequestratori era stata l’85enne Yocheved Lisheftz, rilasciata per ragioni umanitarie il 24 ottobre: aveva destato scalpore la stretta di mano che aveva rivolto al suo carceriere e il saluto che gli aveva riservato, “Shalom”. “Tipico di mia nonna”, aveva commentato la nipote. Ma Lisheftz non è stata l’unica.

I miliziani – mitra in spalla e bandiera palestinese appuntata sul petto – si mostrano amichevoli con gli ostaggi rilasciati, soprattutto con i più piccoli. Molti escono con abiti nuovi. Un bambino indossa la maglietta dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, le prigioniere sfoggiano delle ampie vestaglie rosa. Tutto viene documentato in video dagli apparati di comunicazione di Hamas, a stretto contatto con l’ala militare dei miliziani.

Le immagini vengono sempre diffuse dopo non più di un paio d’ore dalla consegna degli ostaggi, e sono immagini di qualità tutt’altro che amatoriale. Molte riprese sono effettuate con droni, la regola dei terzi fotografica sempre rispettata, l’editing veloce e professionale. Vi si vedono i miliziani interagire con i membri della Croce Rossa da pari a pari, quasi a volersi accreditare come interlocutori agli occhi del mondo.

Un’”operazione simpatia” che mostra la lunghezza delle leve della propaganda jihadista e la potenza di apparati di comunicazione perfettamente integrati con l’ala militare del movimento. La scenografia delle riprese ha da sempre rappresentato una componente di peso all’interno della galassia jihadista – l’Isis confezionava video tanto agghiaccianti quanto sofisticati – ma il copione di Hamas sembra prevedere un finale molto diverso: la rivendicazione dell’onore delle armi.

Un’operazione che passa anzitutto dal riconoscimento dello status di combattenti in luogo di quello di terroristi. Ogni tanto il meccanismo si inceppa, qualche scena è da rifare: e allora si sente una voce in sottofondo che ordina ai prigionieri di continuare ad agitare le mani in segno di saluto fintantoché le telecamere sono in funzione. “Keep waiving!”, l’ordine fuori campo.

I miliziani intendono scucirsi di dosso l’etichetta impressa dopo gli eccidi del 7 ottobre e intende mostrare all’opinione pubblica di agire secondo le regole del diritto internazionale: mostrando al mondo che Hamas crea consenso prima che terrore, che è un partito oltre che un’organizzazione armata.

Non è la prima volta che Hamas cerca di veicolare una sedicente empatia instauratasi tra i membri della Shadow Unit – l’unità ombra di élite che si occupa dei sequestri di persona – e i suoi ostaggi. Nel 2009 venne diffuso un video che ritraeva il soldato dell’Idf Gilad Shalit – rapito tre anni prima in quella che sarebbe stata la prima operazione portata a termine dall’unità guidata dal comandante delle brigate al-Qassam Mohammed Deif – sorridere e scherzare con i propri sequestratori. L’ennesima beffa per il Mossad, che non sarebbe mai riuscito a individuare il covo di Shalit, liberato solamente nel 2011.


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