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La vittoria di Rina Gonoi, volto del #MeToo giapponese. Condannati i tre soldati che abusarono di lei

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Ultimo aggiornamento 12 Dicembre, 2023, 11:35:02 di Maurizio Barra

PECHINO – Vittoria. Esulta Rina Gonoi all’uscita del tribunale di Fukushima. Dopo quasi tre anni da incubo durante i quali ha dovuto fare i conti contro un muro di silenzi dei suoi superiori e attacchi online, l’ex soldata delle Forze di autodifesa (l’esercito giapponese) può gioire. Tre suoi ex commilitoni sono stati infatti condannati a due anni di carcere ciascuno – sospesi con la condizionale per quattro anni, però – per averla aggredita sessualmente in caserma. Un caso, quello della 24enne, che all’epoca diventò un nuovo simbolo del movimento #MeToo nipponico. Un processo seguitissimo nel Paese del Sol Levante. E non solo.

Il significato del verdetto

“Il verdetto dimostra che questi atti sono un vero e proprio crimine”, dice la ragazza fuori dall’aula, emozionata. Dopo essersi arruolata nel 2020, Gonoi aveva denunciato ai suoi superiori continue molestie da parte di alcuni soldati. Nessun provvedimento però venne preso all’epoca: mancavano prove convincenti. Decise allora – cosa non molto comune in una società conservatrice come quella giapponese dove argomenti del genere sono quasi tabù – di raccontare lo scorso anno quello che aveva subito su YouTube: nell’agosto del 2021 tre colleghi l’avevano immobilizzata su un letto, divaricandole le gambe e premendo i loro fianchi contro di lei per simulare un atto sessuale. Altri soldati, almeno una dozzina, presenti nella stanza, guardavano e ridevano. Grazie a quella confessione in Rete, raccolse 100mila firme per una petizione che chiedeva al Ministero della Difesa di indagare sul suo caso.

Dopo che la vicenda divenne pubblica, il Ministero si affrettò a presentarle le scuse. Il coraggio di Rina ha fatto sì che lo stesso Ministero avviasse una grande campagna di indagini sulle violenze sessuali nell’esercito. Le rivelazioni della giovane hanno spinto più di mille altre vittime – uomini e donne – a farsi avanti e a denunciare molestie e violenze.

Tra le 100 leader emergenti di Time

La rivista Time l’aveva inserita nella sua lista dei 100 leader mondiali emergenti, mentre la Bbc tra le 100 donne più influenti a livello globale. La ragazza ha anche intentato una causa civile contro i responsabili delle violenze e contro il governo giapponese: chiedendo 5,5 milioni di yen (35mila euro) di danni agli uomini per averle causato disagi mentali e altri 2 milioni di yen allo Stato per la mancata prevenzione degli abusi. Nel 2022 decise di lasciare l’esercito.

“Spero che questa sentenza incoraggi le vittime a parlare”, dice la giovane fuori dal tribunale. “Solo il 5% delle vittime di stupro in Giappone fa denuncia alla polizia, che accetta di redigere un rapporto solo in circa la metà dei casi”, scrive infatti in un recente report l’Asia-Pacific Journal. “Creando un circolo vizioso di silenzio, vergogna, inconsapevolezza e inerzia che continua a permettere a questa piaga nascosta di prosperare”.

Qualcosa nel Paese sta cambiando, però. Lo scorso giugno è stata ampliata la definizione di stupro nel codice penale giapponese. Così come è stata alzata (da 13 a 16 anni) l’età del consenso. La revisione delle leggi sui crimini sessuali è arrivata dopo che nel 2019 diverse assoluzioni per stupro avevano suscitato l’indignazione dell’opinione pubblica. Quell’anno un tribunale di Nagoya aveva assolto un uomo che aveva ripetutamente violentato la figlia adolescente. In appello la sentenza è stata poi ribaltata con 10 anni di carcere.

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