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Gaza, la Shoah e i tedeschi: perché il “caso Masha Gessen” spacca la Germania

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Ultimo aggiornamento 15 Dicembre, 2023, 18:53:05 di Maurizio Barra

KIEV – E’ proprio vero, come scrive Masha Gessen nel suo magnifico articolo per il New Yorker che ha scatenato un putiferio in Germania, che “Berlino non smette mai di ricordarti cos’è successo qui”. Dopo il passato comunista e nazista, la capitale ha riconquistato un’identità unitaria dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del ‘secolo breve’ proprio nella sua ostentata stratificazione storica. Nel vecchio quartiere governativo nazista, dove sorgeva anche la megalomane cancelleria di Hitler, si estende oggi per centinaia di metri il Monumento alla Shoah.

La capitale ha coltivato ovunque le cicatrici dei totalitarismi attraversati nel Novecento. Nessuno ha rielaborato il suo passato nazista con l’accuratezza con cui lo ha fatto la Germania. Ma la coscienza collettiva è anche qualcosa di complesso, e tra i tedeschi qualcosa sta andando terribilmente storto, come dimostra il caso Gessen.

La grande scrittrice e saggista di origine russa è, tra le altre cose, un’attivista lgbtq+ e si definisce non binaria. Bisognerebbe riferirsi a lei con il “singular they”, come fanno gli anglosassoni, con il “loro”. Ma per non rendere questo articolo sul ‘caso Gessen’ incomprensibile lasceremo i pronomi al femminile, suo genere di nascita. Gessen è nata a Mosca da una famiglia ebrea sopravvissuta all’Olocausto – il nonno morì a Majdanek – e ha scritto un articolo in cui ha punto sul vivo i tedeschi su quella che definisce “burocrazia della lotta all’antisemitismo”, in sostanza, sull’eccesso di zelo nel culto della memoria.

La “Gruendlickeit” che sottende a questa obbedienza quasi cieca ai principi, si potrebbe aggiungere, viene dritta dal decalogo delle virtù prussiane. E’ un termine quasi intraducibile: è il precetto a fare tutto, sempre, fino in fondo. Una virtù che i tedeschi coltivano, com’è noto, con grande passione. E che non consente loro, spesso, di adottare uno sguardo laterale, di vedere oltre l’oggetto della propria ossessione. La scrittrice Nora Krug, che ha scritto una stupenda graphic novel, “Heimat”, sulla scoperta del passato nazista di suo nonno, ci ha raccontato che quando ha sposato un ebreo americano ha capito che sapeva “tutto nella Shoah e niente su Hannukah”, tutto sullo sterminio degli ebrei, nulla sugli ebrei.

E’ successo insomma che alcuni passaggi del pezzo di Gessen apparso sul New Yorker hanno indotto la autorevole Fondazione Heinrich Boell, vicina ai Verdi, a ritirare il suo sostegno al premio Hannah Arendt. Che le sarà consegnato dunque dalla città di Brema sabato invece che venerdì. E a porte chiuse invece che durante una cerimonia pubblica. Il premio non è stato cancellato, ma ridimensionato, come se ci si vergognasse di consegnarlo all’intellettuale ebrea di origine russa. Una decisione che dà conto del clima incandescente che si registra in Germania dal 7 ottobre, da giorno della mattanza di Hamas in Israele. E il “caso Gessen” è stato preceduto da vari episodi discutibili, come la cancellazione del premio alla scrittrice palestinese Adania Shibli alla Fiera del libro di Francoforte.

Gessen è metodica nell’elenco delle ottusità tedesche nel culto della memoria. Anzitutto ricostruendo come è nato il bando del movimento di boicottaggio di Israele Bds: da un’idea dell’ultradestra Afd. E va appena ricordato, in proposito – e dà già la dimensione dell’ipersensibilità sull’argomento che si respira in Germania – che per un tweet a sostegno di Bds della sua portavoce, si dovette dimettere anni fa il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schaefer.

Il passaggio che ha destato però le critiche più feroci è quello in cui Gessen paragona Gaza ai ghetti dei territori occupati dai nazisti. Effettivamente, un confronto forte. “Per gli ultimi diciassette anni Gaza è stato un luogo sovrappopolato, impoverito, blindato tra mura in cui solo una piccola fetta di popolazione aveva il diritto di uscire per un periodo breve di tempo – o in altre, parole, un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o I ghetti delle città americane ma come il ghetto ebraico in un Paese dell’Est Europa occupato dalla Germania nazista”.

Per i tedeschi, è un paragone oltraggioso ed è stata la goccia per ‘punire’ Gessen. Dall’inizio del conflitto in Israele, la Germania è il Paese che maggiormente si oppone sul piano internazionale a un cessate il fuoco nella Striscia: il cancelliere Scholz, il primo leader mondiale a visitare Israele dopo la strage del 7 ottobre, non ha mancato occasione per dimostrare che la posizione di Berlino è totalmente appiattita su quella del premier israeliano Netanyahu.

In varie città tedesche le prime manifestazioni filopalestinesi sono state, tout court, vietate. Il governo ha messo – giustamente – fuorilegge sia i terroristi di Hamas sia Samidoun, un’organizzazione filopalestinese estremista. In un toccante messaggio in video, il leader dei Verdi e ministro dell’Economia Robert Habeck ha ricordato che quando la Germania ha dichiarato nel 2008 Israele “ragion di Stato” “non è stata una vuota formula”. E’ un impegno che sostanzia la stessa storia tedesca del dopoguerra. Forse il gesto più famoso nel mondo di un cancelliere tedesco del dopoguerra è l’inginocchiamento di Willy Brandt davanti al monumento del ghetto di Varsavia. Un gesto in cui la Germania chiedeva perdono al mondo per le atrocità naziste.

Ma il punto è un altro, il problema è più profondo, ed è il filo rosso che attraversa l’articolo di Gessen. Il punto è che in Germania vige ormai un vero e proprio dogma dell’irrepetibilità della Shoah. Di conseguenza, per esempio, non si può mai menzionare “in una frase” l’Olocausto e il genocidio in Namibia del 1905, quando i tedeschi cercarono di sterminare gli Herero e i Nama e ormai miriadi di africanisti come Juergen Zimmerer concordano nel dire che si tratti del primo genocidio della storia. La presunta singolarità della Shoa significa, in sostanza, che qualsiasi paragone con il più orrendo dei crimini della storia umana è insostenibile e ingiustificabile, in Germania.

Quanto ciò renda pericolosamente inscindibili anche le critiche ad Israele dall’antisemitismo, lo ha dimostrato anzitutto Hannah Arendt. Le sue cronache al processo ad Adolf Eichmann ne “La banalità del male” sono intrise di critiche a Israele, ai giudici tentati dalla spettacolarizzazione di un evento dolorosissimo per i sopravvissuti della Shoah. Ma Gessen ricorda un’altra cosa interessante. Nel 1948 Arendt denunciò la creazione in Israele di un “partito della libertà” che nei metodi, nella filosofia politica “ricordava i partiti nazisti e fascisti”.

Oggi, sostiene Gessen, un’affermazione del genere, formulata dalla grande filosofa ebrea e tedesca poco dopo la fine della Shoah, sarebbe stata considerata “chiaramente una violazione della definizione di antisemitismo dell’I.H.R.A.”, dell’International Holocaust Remembrance Alliance, adottata da 25 Paesi europei e dagli Stati Uniti. Fosse per quella definizione, che parla di antisemitismo come di “un certo sentimento di odio” verso gli ebrei e che si esprime anche laddove “si facciano paragoni tra l’Israele contemporanea e la politica nazista”, Hannah Arendt sarebbe condannata come antisemita. Una definizione che “non ha valore legale, ma un’enorme influenza”, commenta Gessen. Quanto sia vero, la grande intellettuale ebrea russa lo ha appena imparato a proprie spese.

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