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Pressing Usa sulla durata dei raid. Israele insiste: “Ci vorranno mesi”

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Ultimo aggiornamento 15 Dicembre, 2023, 05:01:51 di Maurizio Barra

L’Amministrazione Biden vuole che l’invasione israeliana dentro la Striscia di Gaza scenda di livello d’intensità e si trasformi entro la fine di dicembre in qualcosa di diverso, un’operazione mirata contro i capi di Hamas – magari con squadre di commando e droni – al posto dei raid aerei su larga scala di adesso che hanno effetti devastanti sulla popolazione civile (il bilancio è arrivato quasi a diciannovemila morti). Tre giorni fa il presidente americano aveva detto che «i bombardamenti indiscriminati» su Gaza stanno facendo perdere a Israele il sostegno del mondo ed erano state parole più dure del solito, perché nelle settimane precedenti si era limitato a dire che gli israeliani devono sforzarsi di più di proteggere i civili.

A portare questo messaggio al primo ministro Netanyahu è stato ieri il consigliere per la Sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, che non ha parlato in pubblico di una data precisa, ma la stampa americana ha appreso lo stesso della scadenza. La posizione israeliana è che la guerra invece potrebbe durare ancora “mesi”. Netanyahu ha fatto un comunicato per dire che «Israele continuerà la guerra fino al completamento dei suoi obiettivi». Il ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha detto che la guerra contro Hamas «durerà ancora diversi mesi». Ma è da vedere se si gioca tutto sulla definizione di questo supposto calo d’intensità. La fase due in teoria prevede ancora qualche bombardamento, anche se non nella quantità micidiale di questi settanta giorni di guerra. Se le cose andranno come vorrebbero gli Stati Uniti, la campagna israeliana dentro Gaza comincerà ad assomigliare a quello che succede nella Cisgiordania, dove già oggi i militari israeliani lanciano operazioni di sicurezza continue per uccidere oppure catturare gli uomini dei gruppi armati palestinesi. Le perdite più alte del normale fra i soldati israeliani – dieci il 12 dicembre – sono legate all’intensificarsi degli scontri a Khan Yunis e anche a operazioni dentro ai tunnel, sempre con un occhio al fatto che presto la guerra dovrà trasformarsi in qualcosa di meno intenso.

Un leader di Hamas, Abu Marzouk, in un’intervista al sito in inglese al Monitor ha detto che il gruppo palestinese sarebbe interessato a entrare sotto l’ombrello dell’Olp, che è una posizione interessante. Da un lato è una mossa opportunistica, perché anticipa un piano molto discusso in questi giorni, la cessione di Gaza all’Anp. Se Hamas diventa parte dell’Olp, si unisce alle altre fazioni palestinesi e quindi rientra nella Striscia non più come potere unico ma come azionista di un governo più largo. Però se facesse così dovrebbe aderire alla posizione ufficiale degli altri, quindi anche al riconoscimento dello Stato di Israele. Marzouk poche ore dopo si è rimangiato quello che aveva detto durante l’intervista, ma si nota una certa ansia di trovare una soluzione politica.

Da Ginevra il capo dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, Philippe Lazzarini, dice di avere visto la gente nella Striscia, dove era in visita tre giorni fa nel Sud vicino a Rafah, dare l’assalto ai camion degli aiuti spinta dal cieco impulso della fame, saccheggiare il carico e divorarlo sul posto. Circa un milione di persone si ammassa in quella zona, stremata da settanta giorni di bombardamenti, e poiché la quantità di rifornimenti che riesce a passare è di molto inferiore alle necessità le loro condizioni stanno precipitando e sono sempre più dure: fame e malattie, oltre al rischio dei raid aerei.

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