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La guerra dei navajo contro le case farmaceutiche: “No allo sfruttamento del peyote”

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Ultimo aggiornamento 21 Dicembre, 2023, 01:28:51 di Maurizio Barra

NEW YORK – I nativi Navajo la chiamano “azeé”, la medicina: da cinquemila anni aiuta a evocare gli spiriti, a schiarire la mente e ad aprirsi all’energia dell’universo in riti sacri che durano anche dieci ore. Per i giganti farmaceutici americani è molto più di un antico allucinogeno: è una nuova miniera d’oro, non meno sacra.

Negli Stati Uniti si combatte una guerra silenziosa tra le tribù di nativi e l’industria e l’”oro” conteso è il peyote, ricavato dal catcus e il cui principio attivo più importante è la mescalina, una molecola psichedelica usata nella tradizione come elemento essenziale nei riti religiosi, e considerata prodigiosa come antidolorifico e rigenerante mentale. Il nome peyote viene dall’antica lingua “nahuati” usata dal popolo azteco, significa “pane degli dei”. Ma è nota anche come mescal, mescalina.

Originaria del Messico, dotata di grande resistenza al caldo e ai terreni secchi, questa pianta cresce in modo spontaneo nelle zone desertiche di Chihuahua, e in alcune aree del Texas. Fino a settant’anni fa il peyote era considerato illegale. I nativi americani che lo usavano durante le cerimonie rischiavano di finire in prigione.

Oggi la situazione si è ribaltata: non solo l’uso è tutelato dalla legge ma la sostanza che viene ricavata dai cactus è considerata fonte di “rinascita psichedelica”, capace di curare la dipendenza da alcuni tipi di farmaci e rigenerante per chi è affetto da problemi mentali e deficit cognitivi. In alcuni resort di lusso si organizzano serate a base di mescalina in cui i partecipanti sembrano pronti a una seduta di meditazione trascendentale.

I Navajo lo fumano e lo bevono sotto forma di infusi nei loro riti, dal Texas allo Utah, dall’Arizona al New Mexico. Negli ultimi dieci anni sono aumentati gli appelli del mondo scientifico a favorire la produzione e il consumo di peyote a scopi medici. In alcuni ospedali di New York è stato usato come terapia per contrastare le tossicodipendenze. Gli investitori di app californiane hanno spinto per entrare nell’affare.

Il problema è che sono gli stessi indigeni americani a opporsi. Vedono la commercializzazione come una profanazione del rito. Inoltre metterebbe a rischio l’esistenza del peyote. Una produzione industriale darebbe un colpo definitivo alla sua diffusione. I cactus sono già a rischio a causa del cambiamento climatico, l’aumento della domanda aggraverebbe il problema.

Membri della chiesa dei nativi americani del Nord America, che conta su più di 350 mila persone, hanno lanciato un altro allarme: le cause farmaceutiche sono intenzionate a riprodurre in laboratorio la mescalina, seguendo lo stesso procedimento che ha portato alla nascita dell’oppio sintetico usato come base per il fentanyl, l’oppioide che ogni anno provoca decine di migliaia di morti. “Come si sentirebbero i cristiani se Gesù venisse clonato?”, chiedono. Creare mescalina sintetica in laboratorio o coltivare il peyote nelle serre è considerata una violazione della legge della natura, e infrange la sacralità della “medicina”.

I nativi non sono contro l’uso degli allucinogeni a scopo terapeutico, ma ritengono che sul mercato ce ne siano già di efficaci. Siamo a favore del suo utilizza, sostengono, ma non vogliono che venga fatto a spese loro. Lasciateci in pace, dicono, e non toccate la nostra “medicina”.

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