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La guerra del granchio tra Russia e Norvegia: così cambia la geografia del mercato ittico

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Ultimo aggiornamento 21 Dicembre, 2023, 00:46:56 di Maurizio Barra

MOSCA – Per decenni le comunità marittime di Norvegia e Russia settentrionale sono state legate dalla collaborazione nella pesca del granchio, ma le sanzioni imposte dai Paesi occidentali in seguito all’avvio dell’operazione militare in Ucraina hanno costretto le grandi compagnie ittiche russe a cercare altrove cantieri navali per i loro pescherecci e nuovi mercati per il pescato. Pescatori e marinai ora si trovano a scegliere in quale Paese lavorare, mentre le aziende norvegesi di lavorazione del pesce hanno dovuto rinunciare alle forniture di materia prima più convenienti.

Erano gli anni Trenta del secolo scorso quando ai biologi sovietici venne in mente di creare una risorsa ittica di pregio a pochi passi dalle grandi città della Russia europea. I tentativi di trasferire nel Mare di Barents gli enormi granchi che popolano i fondali al largo della Kamchatka ebbero successo solo negli anni Sessanta.

Per qualche motivo, credevano che la diffusione sarebbe stata limitata e che in futuro non ci sarebbero stati problemi nella divisione del pescato tra Urss e Norvegia. Nel nuovo habitat privo di predatori naturali, le capacità di adattamento del granchio si sono però rivelate molto più ampie del previsto e ad oggi il crostaceo popola l’intera area che va dalla penisola di Kanin all’arcipelago delle isole Lofoten.

Longevo e vorace, con i suoi quasi tre chili di peso è considerato da alcuni la principale causa di deperimento dell’ecosistema autoctono. Per altri, resta tra le fonti ittiche più redditizie. In base ai dati del Ministero dell’Agricoltura russo, prima dell’operazione militare, in termini volumetrici l’export di granchi pesava solo per il cinque per cento sul totale, ma rappresentava oltre il 43 per cento delle entrate da esportazioni di pesce.

Il governo ogni anno concede quote di cattura per un totale di centomila tonnellate, di cui quasi un terzo nel Nord e il resto sulla costa orientale. La quasi totalità è destinata all’export. In precedenza i granchi russi del Nord venivano esportati in Europa, quelli pescati in Estremo Oriente in Asia. Gli Stati Uniti attingevano da entrambi i bacini.

Con la rottura dei canali diretti, la Cina si è imposta come acquirente unico, che però si riserva di rivendere il prodotto ai clienti tradizionali. “Ciò è in parte vantaggioso per la Russia, perché se prima era necessario cercare vari acquirenti all’ingrosso, ora tutto va in un’unica direzione”, ha spiegato Renat Besolov, esperto del settore che ha lavorato sia in Russia che in Norvegia.

Il Paese scandinavo ha pagato un caro prezzo per le sanzioni anche sul piano industriale e occupazionale. In precedenza le navi russe consegnavano i prodotti in Norvegia per avvantaggiarsi dei prezzi più alti. “Ora possono entrare solo in due porti norvegesi per scaricare. Di conseguenza, la Norvegia ha subito una significativa riduzione dei posti di lavoro perché non c’è prodotto da trasformare”, ha spiegato Besolov.

La strada blu




Le industrie ittiche di Russia e Norvegia sono molto differenti tra loro, sia dal punto di vista della struttura aziendale che della qualità della flotta e del capitale umano. La Norvegia, di soli cinque milioni di abitanti, ha circa cinquemila navi registrate e applica una politica di espansione della piccola impresa, anche nella pesca. Al contrario, l’intera flotta russa di pescherecci si aggira intorno alle tremila unità, concentrate nelle mani di una decina di holding.

L’introduzione delle sanzioni ha complicato le operazioni di manutenzione della flotta, già da anni oggetto di preoccupazioni da parte del governo. Nella Strategia per il 2030 per lo sviluppo agroindustriale, resa pubblica solo pochi mesi dopo l’inizio delle attività militari, le autorità hanno sottolineato un dato allarmante: in un ventennio il numero dei pescherecci è diminuito del 45 per cento e manca della dovuta manutenzione.

È invece ottimista Vadim Mamontov, ex presidente della sezione di Kaliningrad dell’Unione russa dei marittimi, secondo il quale anche il settore ha trovato in breve un suo nuovo equilibrio: i pescherecci che andavano in riparazione in Spagna e Polonia e venivano monitorati da specialisti europei, ora sono revisionati in Turchia, Marocco, Cile, Panama, Perù e Corea.

Molti marinai russi, al contrario, hanno deciso di cercare una nuova occupazione sulle navi norvegesi. Se da un lato lo stipendio dei colleghi è sempre stato molto superiore, dall’altro le nuove sanzioni hanno complicato la vita quotidiana di molti lavoratori marittimi russi, costretti a interminabili viaggi con scali per tornare a casa e tenere conti in paesi terzi a causa del blocco dello Swift. Anni di lavoro a stretto contatto hanno portato alla formazione di squadre miste che spesso accolgono cittadini da tutti i paesi dell’ex Urss.

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