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Tregua e ostaggi, doppia impasse all’Onu e al Cairo

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Ultimo aggiornamento 22 Dicembre, 2023, 11:37:49 di Maurizio Barra

Da una settimana, dall’incontro discreto di Oslo fra l’intelligence israeliana e il primo ministro del Qatar, il negoziato sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas è bloccato (e si è trasferito a Varsavia e poi al Cairo). Da tre giorni anche il voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York sul possibile cessate il fuoco tra Israele e Hamas è bloccato, dopo tre tentativi andati a vuoto. E più si trascinano avanti, più entrambe le trattative si fondono in una.

https://www.repubblica.it/utility/2023/10/07/news/frammento_include_israele-417158583/

I termini di questo accordo che attraversa due tavoli così lontani sono questi: da una parte Hamas chiede la fine della guerra e uno scambio “tutti per tutti”, vale a dire la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani in cambio della liberazione di tutti i detenuti nelle carceri israeliane. È chiaro che il gruppo palestinese non vuole più un cessate il fuoco come quello di novembre, perché ha il difetto di essere temporaneo: quando finisce ricominciano i raid aerei e i bombardamenti, e più vanno avanti più le truppe israeliane controllano la superficie della Striscia di Gaza. E chi controlla la superficie prima o poi controlla anche il reticolo di tunnel nel sottosuolo. Se Hamas cedesse tutti gli ostaggi e la guerra riprendesse si troverebbe in una posizione molto vulnerabile. Dall’altra parte Israele chiede una “sospensione” e non la fine della guerra, quindi si riserva la facoltà di ricominciare anche dopo una pausa – come ha già fatto il primo giorno di dicembre. E vuole uno scambio di prigionieri ridotto, non il tutti contro tutti.

Secondo il Wall Street Journal, il governo israeliano – che è sotto pressione perché è accusato di non riuscire a salvare i rapiti – avrebbe offerto una settimana di tregua in cambio della liberazione di 40 ostaggi, e Hamas avrebbe rifiutato perché se continua a cedere ostaggi in cambio di tempo prima o poi li finirà. Il gruppo palestinese non può più permettersi una tregua limitata come a novembre.

Le truppe israeliane avanzano, facilitate da bombardamenti che massacrano civili e devastano quartieri interi. Negli ultimi quattro giorni l’Idf ha dichiarato di avere preso il controllo del capo di Jabalia e del quartiere di Shejaiya, due zone molto popolate nel nord della Striscia dove Hamas è sempre stata molto forte. E si combatte con furia anche a Khan Yunis, il posto più importante nel sud. Dopo resta soltanto Rafah, schiacciata sul confine egiziano. Ieri l’Idf ha pubblicato le foto prese da un drone dell’esplosione di un lungo tratto di tunnel nel centro di Gaza City.

Anche dentro Hamas si negozia. L’ala esterna, quella dei leader che vivono comodi all’estero, come soluzione d’emergenza vorrebbe far confluire Hamas nell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina, il grande assortimento politico che oggi è dominato da Fatah): una mossa gattopardesca, perché tutto cambi e tutto resti come prima. Dopo il cambio di pelle, Hamas farebbe parte dell’Autorità nazionale palestinese e quindi potrebbe entrare nella futura amministrazione che gestirà la Striscia di Gaza. Come prezzo politico, però, dovrebbe sottoscrivere lo Statuto dell’Olp e quindi riconoscere Israele. Ma l’ala interna, quella di Yahia Sinwar e Mohammed Deif, che da almeno due mesi vivono nei tunnel, crede ancora nella possibilità di fermare la guerra usando la carta degli ostaggi. Il giornalista israeliano Ben Caspit ha pubblicato informazioni nuove su Deif: il capo militare di Hamas, al contrario di quel che si crede, sarebbe vivo e soltanto claudicante (si pensava non avesse più le gambe e un braccio, dopo i tentativi israeliani di ucciderlo).

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