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Nikki Haley, chi è la repubblicana di origini indiane che Trump ora teme e insulta

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Ultimo aggiornamento 24 Dicembre, 2023, 13:08:13 di Maurizio Barra

NEW YORK – Sono tutti scatenati contro Nimarata Randhawa, i super conservatori trumpisti. Perché la strategia del capo prevede da sempre di stroncare sul nascere qualsiasi avversario che provi ad alzare la testa, prima che possa diventare davvero una minaccia concreta. Quindi insulti, attacchi, soprannomi ingiuriosi, anche vergognose bugie, purché facciano il maggior danno possibile. Più male infliggi e meglio è.

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Chi è Nikki Haley

D’accordo, è un film già visto, per chi in passato abbia seguito Donald Trump in azione, in politica come negli affari, applicando la dottrina spietata del suo mentore e avvocato Roy Cohn. Ma chi diavolo è Nimarata Randhawa? Una ragazza nata in South Carolina, che rischia di battere l’ex presidente nelle primarie repubblicane del New Hampshire. Oggi si fa chiamare Nikki Haley, ossia il “middle name” americano ricevuto dai genitori per praticità semantica, sommato al cognome del marito. Quando era bambina però, figlia di immigrati legali indiani di prima generazione, si chiamava Nimarata Randhawa. Non esattamente il nome che i suprematisti bianchi, membri chiave del culto di Trump, vorrebbero vedere alla Casa Bianca. Perciò, come faceva il loro capo quando usava il middle name di Barak Obama, Hussein, per associarlo al terrorismo islamico, ora sfruttano l’origine indiana di Nikki per azzopparla col richiamo della foresta razzista. Quindi la stanno attaccando anche per i soldi fatti nel settore privato dopo l’uscita dall’amministrazione, allo scopo di dipingerla come una corrotta.

Per quanto disgustosa possa apparire questa tattica, almeno a chi conserva un barlume di decenza nel retrobottega della propria coscienza, si tratta di un segnale assai significativo. Perché Donald non si spreca, e se ha deciso di scendere così in basso contro Haley, vuol dire che davvero inizia a temerla.

L’ex ambasciatrice all’Onu ed ex governatrice della South Carolina aveva cominciato la sua campagna quasi in sordina, e molti sospettavano che in realtà fosse solo a caccia del posto di vicepresidente, dopo che Mike Pence lo aveva perso rifiutandosi di violare la Costituzione il 6 gennaio del 2021, quando Donald aveva quanto meno incoraggiato l’assalto al Congresso per impedire che certificasse la legittima vittoria di Joe Biden nelle presidenziali. Per questo affronto, Trump aveva condiviso le urla di chi voleva impiccare Pence, e quindi è chiaro che lui e Mike non potevano più lavorare gomito a gomito. Poco alla volta, però, Nikki è diventata una roba vera. Forse perché è donna, o magari perché incarna un modello del Partito repubblicano tradizionale, ossia decente e responsabile, che gli americani decenti e responsabili iniziano a rimpiangere.

Il soprannome

Perciò, appena le avvisaglie della sua crescita elettorale si sono manifestate, Donald le ha affibbiato un soprannome ingiurioso, tipico segnale di quando qualcuno inizia a preoccuparlo. Con Clinton era stato “Crooked” Hillary, ossia Hillary la delinquente, mentre con Nikki è diventato “Birdbrain”, ossia cervello da uccellino. Lei, invece di lasciarsi intimidire, ha proseguito per la sua strada. Da buona ex ragioniera, si è spinta ad accusare Trump di aver gonfiato il debito nazionale di altri 8 trilioni di dollari: anatema, almeno qualche secolo fa, tra i repubblicani che facevano della responsabilità fiscale il loro verbo. Poi lo ha attaccato anche sulla politica estera, ricordandogli che difendere l’Europa dalle brame neoimperialiste dell’ex colonnello del Kgb Vladimir Putin è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti, qualunque sia il prezzo.

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Gli anni all’Onu

Sebastiano Cardi, ex ambasciatore italiano all’Onu che aveva lavorato con lei nel Consiglio di Sicurezza, la ricorda così parlando con Repubblica: “Al suo arrivo a New York, Nikki Haley lanciò messaggi molto decisi, e tutti pensammo che lo ‘stile’ Trump fosse arrivato al Palazzo di Vetro. In realtà il suo stile era molto diverso, e scoprimmo presto che avrebbe difeso gli interessi americani unendo alla fermezza una visione ‘paritaria’ delle relazioni internazionali, nella quale anche una superpotenza come gli Usa ha bisogno di creare consenso attorno alle sue posizioni di politica estera. Il suo mandato all’Onu e al Consiglio di Sicurezza, dove le tensioni con la Russia già si manifestavano con il loro potenziale dirompente, fu caratterizzato dalla costante ricerca del dialogo con tutti i Paesi, anche i più piccoli. Scelse un’impostazione decisamente ‘realista’, dialogante e consapevole dell’importanza di tessere alleanze a sostegno della propria visione delle relazioni internazionali”.

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I sondaggi

Forse anche per queste caratteristiche personali e professionali, i sondaggi hanno iniziato a premiarla pericolosamente. Quello dell’Università di St. Anselm, abituale sede dei dibattiti presidenziali nel New Hampshire, la dava a “soli” 14 punti di distanza da Trump. Lesa maestà, nell’ottica egotistica di Donald. Ma il più recente, quello appena pubblicato dall’American Research Group, la vede addirittura a 4 punti dall’ex presidente, ossia entro il margine d’errore: 33% per Trump, 29% per Haley.

Lui ha perso la testa, dicendo che il sondaggio “è falso”. Dalla rabbia con cui ha reagito, però, è lecito sospettare che invece sia vero, e Donald inizi a temere l’inaspettato. Perché se per caso Nikki riuscisse ad uscire dai caucus dell’Iowa del 15 gennaio in maniera dignitosa, e magari vincesse le primarie nel suo Stato della South Carolina, la dinamica delle primarie potrebbe cambiare.

È una prospettiva molto lontana, assai improbabile, quasi un miraggio. Però sta prendendo una qualche forma. Haley ha il torto di restare appiattita sulla base trumpista, che non ha il coraggio di sfidare come fa l’ex governatore del New Jersey Chris Christie, evitando di puntare il dito contro Donald per le quattro incriminazioni penali subite, e ora la sentenza della Corte Suprema del Colorado che vorrebbe cancellarlo dalle schede elettorali perché ha violato il Quattordicesimo emendamento della Costituzione, appoggiando l’insurrezione del 6 gennaio. Nikki si comporta così perché sa che la base sta con Trump e non può rinunciare a questi voti, almeno una parte, se vuole sperare di batterlo. È un comportamento cinico, che per certi versi la mette dalla parte del torto. Se però funzionasse, ed è un se grande quanto tutto il continente dove hanno sede gli Stati Uniti d’America, potrebbe cambiare la storia e salvare la democrazia.

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