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“Sopravvivere al 2024”: è l’augurio che ci scambiamo nel Capodanno più triste

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Ultimo aggiornamento 31 Dicembre, 2023, 01:15:06 di Maurizio Barra

Rafah (Striscia di Gaza) – Fagioli, carne in scatola e biscotti secchi: ecco il nostro cenone di capodanno. Ci sono voluti tre giorni di fila per procurarci il voucher necessario a ottenere una scatola di aiuti che mi permetta di sfamare ancora per qualche giorno la mia famiglia allargata, 24 persone sotto lo stesso tetto fra figlie, suoceri, nipoti. Al mercato non si trova infatti più nulla di commestibile. Che si abbiano soldi o meno, per mangiare ormai tutti sono costretti ad affidarsi agli aiuti umanitari che – con sempre più difficoltà – arrivano da fuori.

Sì, è un anno davvero amaro quello che si conclude. Non ne ricordo di peggiori. Tanti amici, tanti parenti sono morti in maniera atroce: così tanti che non li piangiamo nemmeno più. La mia casa è distrutta con tutto ciò che conteneva, come d’altronde la mia città. Qui a Gaza abbiamo sempre celebrato il capodanno con gioia e ottimismo: ma ormai sembra passato un secolo da quello dello scorso anno. Da giorni ne parliamo ogni sera: cosa avevamo mangiato, cosa ci eravamo augurati, i parenti che erano con noi e non ci sono più…

Oggi per strada ho scambiato timidi auguri fra conoscenti: quello che ci siamo detti è di sopravvivere al 2024. Sempre che ci si arrivi: manca un giorno e qui è una roulette continua. Ieri è toccato a certi miei vicini qui a Rafah, dove pure la situazione dovrebbe essere tranquilla: una casa con 27 persone dentro è stata colpita proprio dall’altro lato della strada dove anche noi abbiamo trovato rifugio. Un bombardamento mirato o un colpo andato male? Difficile dirlo. Conoscevo poco quella famiglia, gli Edwan, che erano appena arrivati dal Nord di Gaza, passando da Deir el Balah. In quella casa, dove erano stati accolti da amici, erano approdati solo tre giorni fa. Sono morti tutti, tranne Mariam, 13 anni appena.

Ero lì mentre la tiravano fuori dalle macerie. Le liberavano i piedi e lei se ne stava rannicchiata, aveva la pelle resa grigia dalla polvere e piangeva in silenzio, senza che si sentisse un solo gemito. Ebbene, la sorte di quella ragazzina unica sopravvissuta della sua famiglia mi ha dato una ulteriore stretta al cuore. Certo, tanti altri sono morti uccisi dai bombardamenti o fra sofferenze indicibili intrappolati sotto le macerie senza che nessuno riuscisse a salvarli. Ma questa bambina era ad appena 30 metri da casa mia, nel penultimo giorno dell’anno. E da ieri non faccio che pensare che poteva essere una delle mie adorate figlie, che sognano un giorno di diventare giornaliste come me.

Quella esplosione così ravvicinata, la sorte di quella ragazza poco più giovane di loro e rimasta sola al mondo le ha d’altronde terrorizzate: soprattutto una che 11 anni fa, quando aveva otto anni appena, rimase ferita da certe schegge di bombe e il cui equilibrio è gravemente scosso dalla situazione. So che tanti in Israele dicono che qui a essere terroristi veniva insegnato nelle scuole. Ma non è così. C’erano tante famiglie per bene, che detestavano Hamas e che ai loro figli trasmettevano valori e li invitavano a diventare qualcuno per migliorare e cambiare il loro paese. Sogni ormai spezzati.

Gaza avrà un futuro? Non riesco più a immaginarlo. Quando la guerra finirà, troveremo solo distruzione. Faremo la conta dei nostri morti e sarà altissima. In cosa si trasformerà la disperazione dei sopravvissuti, dei tanti bambini ritrovatisi soli o dei genitori che hanno perso i figlioletti in culla? Non oso pensarci. All’inizio di questa guerra, in tanti dicevamo che saremmo tornati nelle nostre case, che avremmo ricostruito. Ora non riesco più a crederci. Per tenere ancorate le mie figlie, per non farle impazzire, prometto loro che le porterò via di qua. Che studieranno in Europa, magari in Italia. Che la loro vita non finisce qui. Per le mie figlie, per le tante Mariam sopravvissute, per i bambini e le bambine di Gaza non posso che sperare in un futuro migliore (testo raccolto da Anna Lombardi)

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