Ultimo aggiornamento 6 Gennaio, 2024, 10:46:31 di Maurizio Barra
Lui era un mezzo uomo, da quando aveva 11 mesi, l’altra metà era in fibra di carbonio. Il suo nome prometteva miracoli: Oscar. Il suo soprannome era da cyborg: Blade Runner. La versione sportiva di Edward mani di forbice, solo che lui le lame le aveva ai piedi.
Oscar Pistorius chiedeva rispetto per tutti quelli a cui la vita aveva detto no. Per i menomati, per gli amputati, per chi era nato senza. E lo faceva con i colori di un paese che aveva subito crudeltà e ingiustizie, che era rimasto molto indietro, ma che ora si proiettava molto avanti.
Per questo era diventato l’eroe di un nuovo mondo: Oscar voleva correre con gli altri, partecipare alle Olimpiadi, anche se non aveva più le gambe. Non voleva sentirsi uno scarto. Perché lo sport glielo impediva? Lui avrebbe combattuto in tribunale per il diritto di tutti.
Ai Giochi di Londra 2012 il suo più grande successo, era stato l’atleta più applaudito perché finalmente aveva vinto la sua battaglia: avere una corsia accanto ai normodotati, anche con il corpo dimezzato. Significava più inclusione, eliminare una barriera.
Questo apriva nuovi scenari per lo sport: da Alex Zanardi a Bebe Vio tutti pazzi per Oscar. Un anno dopo, nel 2013, quattro spari nella notte. Un terribile San Valentino a Pretoria, in Sudafrica.
Una ragazza, Reeva Steenkamp, trentenne, modella, uccisa, anzi freddata, non per sbaglio. In bagno, mentre è inginocchiata, mentre cerca in qualche modo di difendersi dalla gelosia violenta di lui, del fidanzato Oscar Pistorius, «the fastest man on no legs», l’uomo più veloce senza gambe, non più un mito, ma un maschio bianco assassino. Da Blade Runner a Blade Gunner.
L’ultima immagine, oltre al cadavere di Reeva che viene portato via, è quella di Oscar che esce dalla casa a capo chino, con il viso nascosto dal cappuccio della felpa. Si giustificherà: credevo che in bagno ci fosse un ladro. Quattro colpi di pistola sparati da dietro una porta sono un po’ troppi come legittima difesa.
Il nuovo Sudafrica non c’è più, Pistorius non è più un nome che promette futuro, ma solo un terribile uomo di 27 anni incapace di accettare l’idea che la sua fidanzata in una notte dedicata agli innamorati riceva un messaggio del suo ex. Ancora lui?
Caso Pistorius, l’atleta condannato a 13 anni e 5 mesi: la lettura della sentenza

Da ieri Oscar è fuori dalla prigione, a casa in libertà vigilata. Ha scontato quasi 9 anni dei 13 e 5 mesi di condanna. Nel 2029 avrà esaurito la sua pena. Per ora non gli è permesso di lasciare il distretto di Waterkloof, non può espatriare, né rilasciare interviste, non può consumare alcol e deve frequentare programmi sulla gestione della rabbia e sulla violenza contro le donne.
Il padre di Reeva, Barry Steenkamp, è morto l’anno scorso, la madre June insiste che Oscar non ha ammesso il crimine, né chiesto perdono. «Noi siamo quelli che scontano l’ergastolo». Vari gruppi femministi sudafricani hanno protestato contro il suo rilascio. Non ci sono immagini di Oscar che esce dalla prigione, tutto è avvenuto in grande segreto, contrariamente al processo durato sette mesi che aveva avuto molta attenzione mediatica, soprattutto il giorno in cui Pistorius si era sfilato le protesi per gattonare sul pavimento, mostrando la sua inferiorità rispetto a chi le gambe le ha. Chiedeva compassione. Lui che a 17 anni aveva vinto quattro ori alle Paralimpiadi di Atene 2004. Cancellando così l’immagine per cui aveva sempre lottato: quella di essere una persona indipendente, uguale agli altri, che non si sente dimezzata, tanto che non parcheggiava nemmeno l’auto nella zona disabili.
Rilasciato Pistorius, il campione paralimpico ai domiciliari in una mega villa in Sudafrica

Appena due mesi prima i grandi del pianeta erano arrivati a Pretoria per dire addio all’uomo, al rivoluzionario paziente, capace da prigioniero di rendere liberi tutti. Appena due anni prima a Londra un ragazzo con le protesi diceva all’umanità storpiata da incidenti e malattie: non vergognatevi, non rassegnatevi, il vostro corpo è bello anche così. Da Mandela a Pistorius il messaggio viaggiava in staffetta: niente più catene per nessuno. Poi la scomparsa di Madiba e anche quella di Pistorius ridotto a uno dei tanti uomini che odiano le donne.
Lo sport è pieno di doppi, di personalità che si ubriacano di se stesse, della loro fama e straordinarietà, da Lance Armstrong a O.J. Simpson, da Carlos Monzón a Mike Tyson. Ma la vicenda di Oscar era diversa: aveva sofferto, a 11 mesi si era visto amputare le gambe sotto il ginocchio, aveva perso la madre a 15 anni, aveva subito il pregiudizio di chi gli aveva detto no, non correrai mai con noi. Sei uno sgorbio, uno sciancato, non puoi stare in corsia. Come poteva un ragazzo così infliggere tanta pena e violenza a una donna?
Il mondo paralimpico, che molto gli deve, perché Pistorius lo ha liberato da un’immagine sfortunata e disgraziata, è andato avanti e lo ha cancellato. Molti dei suoi atleti vi diranno che la spinta per iniziare è venuta proprio da lui. A 37 anni Oscar non tornerà più a correre, la sua carriera è finita. Gli sono caduti i capelli e in carcere ha cominciato a fumare (molto).
Si è messo a studiare business administration e settore immobiliare. È probabile che quando potrà si occuperà di proprietà e di case. In prigione il suo lavoro era quello di pulire i bagni. Vorrebbe tornare a visitare l’Italia dove trascorreva lunghi periodi (in Friuli).
Il suo ex manager Peet Van Zylt dice che Pistorius ha iniziato ad avere amici sbagliati, a frequentare gente di malaffare, a girare con auto lussuose, a essere ossessionato per la sua sicurezza, per questo aveva un’arma in macchina. Troppe celebrità e vita da star.
Nei 400 metri di Oscar c’è stata la grande illusione che lo sport potesse curare il male della vita. Ma occupare una corsia non riempie i vuoti.
