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L’Aia, il giudice sudafricano cresciuto accanto a Mandela

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Ultimo aggiornamento 12 Gennaio, 2024, 03:30:53 di Maurizio Barra

L’AIA — «Gli ideali di Nelson Mandela mi hanno costantemente guidato e ispirato nel compimento del mio lavoro»: Dikgang Moseneke, 76 anni, ex vicepresidente della Corte Suprema del Sudafrica, ha sempre ricordato a ogni intervista il suo debito morale e ideologico nei confronti del leader che nel 1991 pose fine al regime dell’apartheid. L’uomo da lui sempre chiamato “Tata”, padre, perché incontrato ad appena 15 anni – era il 1962 – nel carcere di Robben Island dove Mandela era già rinchiuso: e dove insieme condivisero il decennio di prigionia successivo. Fu proprio Madiba – il nome tribale di Mandela – a convincere quel giovanissimo attivista a studiare in cella, spingendolo a laurearsi in legge e facendo nel tempo anche di lui un eroe della lotta contro l’apartheid. Moseneke è diventato un esperto di diritto, entrato poi a far parte del comitato tecnico che scrisse la Costituzione provvisoria nel 1993 e fu poi nominato fu nominato vicepresidente della Commissione elettorale indipendente che organizzò le prime elezioni democratiche (che portarono Mandela alla presidenza). Un giurista di fama internazionale che è stato anche visiting professor alla Columbia Law School di New York.

Ecco perché il Sudafrica lo ha scelto come giudice ad hoc, chiamato ad affiancare i 15 togati che compongono la Corte Internazionale di Giustizia, eletti dall’Assemblea Generale dell’Onu. Un incarico poco più che simbolico, perché in realtà lo ricoprirà solo per breve tempo: un altro sudafricano, Dire Tladi, professore di Diritto Internazionale a Pretoria, entrerà nel gruppo di giudici della Cig a febbraio e allora quasi certamente Moseneke rinuncerà al suo scranno. Mandela, si sa, aveva sempre equiparato la situazione dei palestinesi alla segregazione razziale dei neri subita in Sudafrica fino al 1991, affermando: «La nostra libertà resterà incompleta senza che siano liberati anche loro». Impossibile per l’allora leader dell’African National Congress dimenticare i legami fra Israele e il Sudafrica bianco e razzista, diventati più stretti soprattutto dopo la guerra arabo-israeliana del 1973, quando le relazioni dello Stato ebraico con la maggior parte delle nazioni africane si raffreddarono e divennero, diciamo così, più complesse. Fu così che Israele diventò un alleato chiave e un partner di difesa del governo suprematista bianco sudafricano: cui durante gli anni 70 e 80 vendette anche armi, proprio mentre altri Paesi cominciavano a imporre sanzioni a Pretoria per farne cadere il regime.

Quel sentimento, a quanto pare, è tuttora condiviso dall’attuale presidente Cyril Ramaphosa, tant’è che dopo la decisione presa a novembre dal Parlamento di sospendere i rapporti diplomatici con Israele fino al raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, ha affermato: «Come popolo che ha assaggiato i frutti amari dell’espropriazione, della discriminazione, del razzismo e della violenza sponsorizzata dallo Stato, siamo chiari sul fatto che staremo dalla parte giusta della storia». Una scelta che è parte di una più complessa campagna mirata a far ottenere più voce a nazioni povere, tradizionalmente considerate “terzo mondo”. Certo, l’Anc al governo ha davvero legami storici profondi con l’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che, appunto risalgono al sostegno di Mandela verso Yasser Arafat: «Combattiamo per lo stesso diritto all’autodeterminazione», disse.

Non bisogna però dimenticare che tutto questo avviene in un anno elettorale: che vede il partito di Ramaphosa impegnato in una importante campagna per mantenere il controllo del Paese. L’impegno nei confronti di Israele, secondo diversi analisti, è dunque motivato da esigenze di politica interna ed estera. Alla vecchia amicizia e causa condivisa, insomma, si lega la necessità di trovare nuova legittimità internazionale ed essere percepiti come attori importanti del palcoscenico globale.

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