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La Cina minaccia “severe punizioni” se Taiwan cerca l’indipendenza

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Ultimo aggiornamento 15 Gennaio, 2024, 11:55:40 di Maurizio Barra

TAIPEI — Sfodera il solito repertorio di condanna Pechino. Qualsiasi mossa verso l’indipendenza di Taiwan sarà “severamente punita”, dice il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Wang ha parlato dal Cairo, dove si trova per un incontro sulla crisi in Medio Oriente col suo omologo egiziano Sameh Shoukry, all’indomani del voto a Taiwan che ha consegnato il governo dell’isola per la terza volta consecutiva al Dpp guidato in queste elezioni da Lai Ching-te.

«Taiwan non è mai stato un Paese. Non lo è stato in passato e certamente non lo sarà in futuro», aggiunge il capo della diplomazia di Pechino. «Qualunque siano i risultati delle elezioni, non possono cambiare il fatto fondamentale che esiste una sola Cina e che Taiwan ne fa parte». Parole non nuove, certo (è la posizione cinese dalla fondazione della Repubblica Popolare di Mao nel 1949) e che sono quasi una risposta “obbligata” dei dirigenti comunisti al voto di sabato. «La Cina rispetti il risultato delle elezioni, affronti la realtà e la smetta di reprimere Taiwan», la secca risposta, invece, arrivata dal ministro degli Esteri dell’isola, Joseph Wu.

(reuters)

Come da copione, Pechino se l’è presa anche con quei governi stranieri che hanno mandato messaggi di congratulazioni a Lai. Nonostante il presidente statunitense Joe Biden abbia ribadito subito dopo il risultato che gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan, il bersaglio principale dei cinesi sono stati proprio gli Usa. Il messaggio inviato dal segretario di Stato Antony Blinken (che si è congratulato con Lai e con il popolo di Taiwan per aver «dimostrato la forza del suo solido sistema democratico e del suo processo elettorale» e che si è detto ansioso di iniziare a lavorare con Lai «per promuovere i nostri interessi e valori condivisi e per portare avanti le nostre relazioni non ufficiali di lunga data») viene bollato come «un segnale profondamente sbagliato alle forze separatiste a favore dell’indipendenza». Proteste ci sono state anche nei confronti del ministro degli Esteri britannico David Cameron (“azioni scorrette”) e di quello giapponese Yoko Kamikawa.

(afp)

A Taipei intanto è arrivata la delegazione bipartisan non ufficiale statunitense guidata dall’ex consigliere per la Sicurezza nazionale Stephen Hadley e l’ex vicesegretario di Stato James Steinberg. Una visita post-elettorale da parte di ex alti funzionari “è di routine”, dicono gli americani, rassicurando in qualche modo Pechino. La delegazione oggi incontrerà «una serie di figure politiche di spicco (molto probabilmente il neo-presidente Lai e la sua vice Hsiao Bi-khim, ex ambasciatrice de facto di Taiwan a Washington, ndr) e porterà a Taiwan il sostegno alla continua prosperità e crescita e il nostro interesse per la pace e la stabilità nello Stretto».

Il livello della tensione tra Taipei e Pechino viaggia comunque su binari ancora molto contenuti. Anzi, timori sull’isola non si respirano e, nonostante le dichiarazioni di circostanza, Pechino è in realtà non troppo dispiaciuta da questo voto visto che il Partito democratico progressista ha perso la maggioranza parlamentare. Nessun partito l’ha ottenuta. Con 51 seggi, il Dpp dovrà lavorare con il Kuomintang (52) e il Tpp (8): quest’ultimo con il ruolo (nuovo) di kingmaker.

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