Ultimo aggiornamento 24 Gennaio, 2024, 11:05:38 di Maurizio Barra
Com’è la situazione sul terreno?
“Nella prima settimana di gennaio c’è stato un grosso esodo dal Nord ma soprattutto dal Centro verso Rafah, migliaia di persone che passavano dalla strada costiera, l’unica percorribile perché Salah Al Din è completamente inaccessibile. Ho visto arrivare una marea umana, a piedi, con i carretti trainati da muli, già sfollati diverse volte. A Rafah ci sono 1 milione e 600mila persone, la metà sono bambini, circa 800mila, un mare di bambini ovunque, nelle tende, in strada a cercare materiali di recupero per costruirsi un rifugio, coperte. Non ci sono più alberi e addirittura nemmeno i pali della luce a Rafah perché sono stati usati per costruire le tende o per accendere il fuoco. Il territorio è cambiato. Sono spuntate tende anche nel famoso Philadelphi Corridor, che è al confine con l’Egitto, a ridosso della rete di metallo egiziana. I bambini che non hanno più la scuola passano il tempo a parlare con le guardie a tre metri da loro. Sono disperati, in condizioni di vita non umane, niente acqua, niente bagni, in condizioni igieniche disastrose perché quando piove c’è fango ovunque”.
Dice che è tornata l’epatite: c’è Il rischio che si diffondano altre malattie tra i minori?
“E’ tornata l’epatite A che era stata debellata da decenni, stiamo cercando di portare i vaccini ma non era neanche più nel protocollo del ministero della Sanità quindi abbiamo dovuto reintrodurla. La preoccupazione è che si diffondano altre malattie che erano state debellate. I casi di diarrea si sono moltiplicati, c’è il rischio di colera e il grosso problema della malnutrizione severa acuta per migliaia di bambini”.
Gli aiuti sono sufficienti, riuscite a farli entrare?
“Noi siamo sempre rimasti lì, sul terreno, ma una delle grosse sfide di questa operazione è portare dentro i rifornimenti, non solo a Rafah, in tutta la Striscia. Dati Ocha: solo il 25% delle missioni e dei convogli umanitari che hanno fatto richiesta per andare al Nord, dove ci sono ancora 300mila persone, sono stati approvati. Per ben 19 volte abbiamo provato a portare medicinali e carburante, 18 volte sono stati respinti”.
Cosa vi chiedono i bambini?
“Vogliono tornare a scuola perché significa avere una normalità, dei compagni di gioco, degli insegnanti, hanno bisogno di contatto, anche fisico, di parlare, molti bambini sono non accompagnati”.
Quanti sono rimasti orfani?
“Ci sono delle stime ma non rappresentative di quello che sarà il conteggio finale”.
L’Unicef ha diffuso un altro dato agghiacciante: almeno 1000 bambini hanno subito amputazioni.
“Sono quelle di cui abbiamo saputo da operatori sanitari, ma anche questi sono numeri sotto-rappresentati. Gli ospedali sono stracolmi. Ho visitato l’Emirati hospital, che è l’unica maternità a Rafah. Di solito fanno 500 parti al mese, nell’ultimo mese hanno fatto 1.700 parti, più del triplo, in condizioni terribili. Le donne operate con il parto cesareo, che di solito hanno una degenza di tre o 4 giorni, vengono dimesse dopo due ore perché non c’è spazio. E anche perché non vogliono rimanere in ospedale: hanno paura che vengano bombardati. Questi bambini appena nati passano le prime ore di vita da subito nelle tende. Ho visto anche due o tre bambini nati prematuri nella stessa incubatrice”.
Cosa chiedete alla comunità internazionale?
“Dobbiamo moltiplicare per 20, 30 gli aiuti e chiedere il cessate il fuoco, un ritorno al tavolo del negoziato. Un bambino di Gaza di 15 anni ha già vissuto nella sua vita 5 tra escalation e guerre. Non mi piace parlare di una generazione perduta, perché nei giovani c’è sempre speranza, saranno loro a ricostruire. Ma è certo una generazione che rimarrà profondamente segnata”.
