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Strade di rabbia: le proteste incrociate di Gaza e Israele

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Ultimo aggiornamento 25 Gennaio, 2024, 04:15:26 di Maurizio Barra

Gerusalemme – Due video girati ieri nella Striscia di Gaza raccontano, ancora una volta, quanto il popolo sia la vittima della guerra. Nel primo si vede un gruppo di donne, uomini e bambini che animano una protesta davanti all’ospedale di Deir al Balah, la città a nord di Khan Yunis dove sono sfollate migliaia di persone. «Fateci tornare a casa!», gridano. «Fateci tornare al nord!», «fateci tornare a Jabalia!». A chi si rivolgano non è del tutto chiaro, e tuttavia reggono cartelli con su scritto «sì al rilascio degli ostaggi».

Non a caso il breve filmato è stato diffuso subito dall’Idf ed è rimbalzato sui canali israeliani per dimostrare che tra i palestinesi della Striscia sta crescendo il sentimento anti-Hamas. Dietro la richiesta di lasciar andare i 136 prigionieri ancora nelle mani dei miliziani c’è infatti la speranza che ciò porti all’immediato cessate il fuoco.

Il secondo video documenta un omicidio. A riprenderlo è una telecamera di ITV News in una zona di combattimento a Khan Yunis, la seconda città della Striscia dopo Gaza City. Cinque uomini con le braccia alzate avanzano lungo un muro da cui si solleva del fumo nero. Uno di loro tiene una bandiera bianca, un altro mostra il passaporto verde palestinese.

In lontananza si sentono spari di mitragliatore. Tra essi c’è Ramzi Abu Sahloul, che racconta al cameraman la propria storia: è fuggito con la famiglia da Gaza City appena è scoppiato il conflitto, ora deve abbandonare anche Khan Yunis per spostarsi a Rafah. «Ho mia madre e mio fratello là», indica un punto davanti a lui, controllato dai militari israeliani. «Sono in una casa con 50 o 70 sfollati.

Dovunque trovi l’esercito, ci spara addosso, in ogni palazzo e nelle strade». Termianta l’intervista, il cameraman si allontana. Dopo un attimo una raffica colpisce nel petto Abu Sahloul. Il 51 enne crolla a terra, i suoi compagni cercano di tamponare la ferita con lo straccio bianco della bandiera, ma non c’è niente da fare.

ITV News ha chiesto spiegazioni alle forze armate dello Stato ebraico (Idf), le quali, negando categoricamente l’esistenza di «esecuzioni sul campo», hanno risposto con questa nota, pubblicata sul sito dell’emittente: «Enfatizziamo che l’allarmante e diffamante rappresentazione della guerra con queste deprecabili accuse non può che essere considerata frutto della propaganda di Hamas». Non è la prima volta, però, che l’Idf spara su chi sventola la bandiera bianca. A dicembre ha anche ammesso di aver colpito per sbaglio tre ostaggi israeliani che cercavano di mettersi in salvo con un pezzo di stoffa bianca legato su un bastone.

L’ultimo episodio del genere dunque è avvenuto a Khan Yunis, ormai assediata, dove si concentra la caccia ai leader politici e militari di Hamas nascosti nei tunnel. «Oggi abbiamo eliminato un centinaio di terroristi, l’obiettivo erano i fortini di Hamas», fa sapere l’ Idf, sottolinando di aver trovato armi, missili, razzi e bombe a mano. Degli ostaggi, però, nessuna traccia.

Per aumentare la pressione su Hamas, al valico di Kerem Shalom decine di manifestanti israeliani hanno bloccato ieri mattina l’ingresso nella Striscia di 50 camion carichi di aiuti umanitari. Per aumentare quella su Netanyahu, invece, un corteo ha bloccato ieri sera l’arteria principale di Tel Aviv. E le famiglie degli ostaggi hanno marciato verso la casa del primo ministro a Gerusalemme, mentre lui alla Knesset ribadiva che la guerra «si concluderà solo dopo che avremo respinto l’aggressione e la malvagità dei nuovi nazisti». Più o meno nelle stesse ore in cui uno dei suoi ministri, Amihai Eliyahu, durante una visita alla città di Hebron dichiarava di nuovo che su Gaza «andrebbe sganciata la bomba atomica».

La giornata si è chiusa con una notizia che arriva dall’Italia. Il ministero della Difesa ha annunciato l’avvio dell’operazione «per il trasporto di 100 bambini palestinesi e dei rispettivi familiari dalla Striscia verso le strutture ospedaliere italiane. I primi 30 partiranno con un ponte aereo della flotta italiana già nei prossimi giorni. Altri 30 arriveranno in Italia con i loro accompagnatori a fine gennaio, a bordo della nave Vulcano della Marina Militare, «che lascerà a breve il porto di Al-Arish».

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