Ultimo aggiornamento 1 Febbraio, 2024, 12:45:27 di Maurizio Barra
«Nel 2021 ero in Polonia come turista — racconta in un inglese stentato — e dal 22 gennaio 2022 ero a Kiev. L’ambasciata giapponese mi disse di andarmene, evacuava tutti e sono tornato a Varsavia tre giorni prima che Putin invadesse l’Ucraina». La capitale polacca fu presa d’assalto da donne e bambini in fuga dalla guerra. «Erano migliaia, sono andato alla stazione centrale e ho iniziato ad aiutarli». Non ha mai smesso.
Ha risalito il fiume dell’odio verso la frontiera ucraina, ostinatamente controcorrente. Prima al confine e poi oltre, a Leopoli dove ogni giorno arrivavano treni carichi di anime terrorizzate, i figli per mano e una vita lasciata indietro. «Ho fatto il volontario», dice Fumi, ma non bastava. Lui quel treno lo ha preso in senso inverso. «Avevo sentito che a Kiev c’era pieno di gente nelle stazioni della metropolitana. Ci sono andato, arrivavano così tante bombe… Sono rimasto con loro, e sono andato anche a Bucha. Ho visto tanti, molti morti in mezzo alla strada», dice mettendosi la mano davanti agli occhi.
C’è rimasto due mesi, nella metro di Kiev. Ma quando l’emergenza nella capitale è scesa d’intensità, Fumi – come lo hanno ribattezzato in Ucraina – non è tornato in Giappone. Ha preso un altro treno verso l’inferno di Kharkiv, accerchiata per quattro quinti dai carri armati russi e bombardata ogni santo giorno. «Era il 2 maggio», e ancora una volta Fumi aveva risalito il fiume controcorrente come i salmoni selvaggi. «Sono andato nella metro, vivevo chiuso lì sotto insieme a 150 persone e le aiutavo come potevo». Supporto dalle istituzioni? «Nessuno. Pensavo fosse pieno di volontari, ma c’era solo un giapponese», ride.
«Ho iniziato a mandare appelli ai giapponesi sui miei social: su Facebook e Instagram, su Twitter e TikTok», dice come se fosse ovvio maneggiarli da influencer nel quarto spicchio di un secolo di vita. «Era pieno di malati, nella stazione. Non c’era acqua né lavatrice, non c’era la doccia e nulla da mangiare. Comperavo cibo e distribuivo un pasto al giorno, tranne ai bambini. A loro davo anche colazione e cena. Ma pensavo: qui ce ne vogliono tanti, di soldi». È l’unica volta che è tornato in Giappone, in questi due anni di guerra. «Sono andato a Tokyo per chiedere aiuto: mostravo foto e video di questa povera gente… Il Giappone è distante novemila chilometri, troppi per spedire cibo. Ma il denaro vola». Funzionò: «Hanno iniziato a mandare un sacco di soldi».

Ora lo aiuta Natasha, un’ucraina che era arrivata per fare volontariato insieme a lui nella stazione della metro e che adesso dirige questa favola giapponese di Kharkiv: hanno preso in affitto un’ala del mercato di Saltivka, e insieme ai pasti caldi donano medicine e vestiti, pannoloni e pannolini, giocattoli e qualunque cosa serva rendere la vita un pizzico meno dura. «Abbiamo dieci dipendenti, nel “Fumi Caffe”», dice Natasha. Cinque per turno, più un amministratore. C’è un cuoco, un aiuto, una persona per le pulizie e due cameriere. Tutti a stipendio, i volontari oggi ci sono e domani non lo sai, e qui non possiamo permettercelo».
Mentre ci salutiamo, un boato — per fortuna lontano — squarcia il silenzio. «Un Iskander, un missile», dice Fumi preparandosi ad andare al rifugio, la sua stazione della metro accanto a cui ha aperto il Fumi Caffe quando, a Natale del 2022, il sindaco buttò fuori tutti dalla stazione. «Non si respirava più, era sporco e puzzava da fare schifo». La gente allora si sparpagliò dove poteva, nelle case vuote o da amici. Lui andò due mesi a casa di Natasha e del marito, mentre apriva il Fumi Caffe e cercava un appartamento in affitto. Sono amici per la pelle, ma lui conserva il suo mistero da giapponese impenetrabile: «Non ho ancora capito cosa facesse, da giovane. Una scuola, un’azienda di pulizie… Ogni volta racconta una storia diversa», allarga le braccia Natasha.

Ma non hai paura, Fumi? Non avevi paura di morire, in questi due anni sotto le bombe? Ancora adesso gli allarmi aerei e le esplosioni tuonano ogni giorno. «No — mima un saltino — se arriva un missile mi sposto. Se muoio buttate le mie ossa nel Dniepr. Sono vedovo, ho due figlie e tre nipoti felici in Giappone ma qui non mi sento solo: mi sento libero».
Non c’è un abitante di Kharkiv che non lo conosca e non lo ammiri, anche se non capiscono una parola di quello che dice. Fumi non parla ucraino né russo. E Natasha, il suo braccio destro, non parla né giapponese né inglese. «Comunichiamo con questo», mostra lui usando il traduttore del cellulare. La cucina hi-tech, nuovissima e tutta d’acciaio, è nata così, da un giapponese e un’ucraina che si parlano in byte. Comprata con le donazioni e gestita come un’impresa, regala una carità laica che allarga il cuore. «Ci aiutano anche dall’Italia», dice Fumi mostrando un pallet di pasta di un marchio famoso «spedito da un italiano che ha la moglie ucraina».
Il presidente Volodymyr Zelensky ha premiato Tsuchiko Fuminori detto Fumi con la medaglia di “eroe dell’Ucraina”. La guerra? La politica? A Fumi non interessa. «Spetta agli ucraini decidere del loro Paese». Lui aiuta “solo” i civili a sopravvivere.
