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Attacco Usa in Siria e Iraq: la notte più lunga è iniziata

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Ultimo aggiornamento 3 Febbraio, 2024, 11:42:10 di Maurizio Barra

La notte più lunga è cominciata. Poche ore dopo il saluto del presidente Biden alle salme dei tre militari americani uccisi una settimana fa in Giordania, una coppia di bombardieri B1 decollati dagli States hanno dato il via alla ritorsione. Ma nessuno sa quando e come finirà. Gli Stati Uniti hanno scatenato una rappresaglia senza precedenti nella storia recente, colpendo 85 obiettivi in sette località di Siria e Iraq: una pioggia di 125 ordigni si è abbattuta sulle postazioni delle milizie filo-iraniane o direttamente dei Guardiani della Rivoluzione di Teheran. Questo è solo l’inizio.

Perché – come ha precisato la Casa Bianca – ci saranno altri raid nei prossimi giorni. E perché molti analisti temono che si possa innescare una reazione a catena, tale da dare il colpo di grazia ai fragili equilibri del Medio Oriente.
Siamo infatti davanti all’escalation nel confronto tra Washington e Teheran. Nel clima di campagna elettorale, con le critiche repubblicane per l’incapacità di fermare gli Houti e le richieste dei trumpiani più duri di attaccare direttamente la Repubblica islamica, Biden non poteva limitarsi a onorare le tre bare con la bandiera a stelle e strisce dei primi caduti dal 7 ottobre. Ha scelto di mobilitare ogni jet dell’Air Force disponibile nella regione, dai cacciabombardieri F15E alle cannoniere volanti A-10, per dare un messaggio di fuoco all’Iran: alcuni dei depositi bellici colpiti sono bruciati per ore, con razzi e munizioni che esplodevano senza sosta.

Allo stesso tempo però l’operazione è stata calibrata, in modo da ridurre le vittime: non solo quelle civili, ma probabilmente pure i dignitari iraniani. È stata pianificata come una possente dimostrazione di forza, concepita per smantellare le infrastrutture – comandi, depositi di ordigni, centrali di trasmissione – più che per uccidere i missionari del terrorismo sciita.
Ora tutti gli occhi sono rivolti alla Repubblica Islamica, per cercare di capire quale sarà la mossa degli ayatollah.

Un dirigente del Pentagono ha lanciato un monito, che ha il tono dell’ultimo avvertimento: “Se l’Iran risponderà, allora i nostri prossimi bersagli saranno sicuramente in Iran”. Da almeno due giorni, le batterie contraeree del Paese sono in stato di allerta e missili a lungo raggio sono stati mimetizzati lontano dalle caserme: uno schieramento pronto a fronteggiare lo scenario peggiore, sia in difesa che in attacco. In pochi minuti decine di ordigni balistici possono partire verso gli aeroporti americani del Kurdistan iracheno.
Il regime teocratico però non predilige le azioni istintive e medita lentamente prima di prendere l’iniziativa. Lo ha fatto persino nel 2020 davanti all’uccisione del generale Soleimani, il leader delle brigate Qods che ha forgiato la rete di formazioni sciite attive dal Libano alla Siria, dall’Iraq allo Yemen: la ritorsione missilistica contro le basi americane venne condotta cinque giorni più tardi. Adesso gli ayatollah dovranno essere doppiamente cauti nel valutare ogni passo.
Mai come in questo momento lo scacchiere del Medio Oriente è stato vicino a una crisi globale, con il pericolo che i diversi focolai – accesi dai massacri jihadisti del 7 ottobre e dall’offensiva israeliana contro Hamas che sta polverizzando Gaza – si trasformino in un unico colossale rogo.

Ci sono troppe pedine che hanno impugnato le armi. E sono tutte legate a Teheran, anche se con differenti gradi di autonomia. “Sono tutti gruppi che agiscono per conto dell’Iran”, ha detto senza giri di parole il segretario alla Difesa Austin Lloyd alla vigilia del bombardamento: “Non conta quanto Teheran sappia o non sappia delle loro azioni, perché li ha sostenuti, li ha finanziati e in molti casi li ha addestrati a usare armi sofisticate. Senza questo aiuto, non ci sarebbero stati gli assalti come quello che ha causato la morte di tre militari americani”.
Un monito che giovedì sera ha spinto i dirigenti dei pasdaran presenti in Siria e in Iraq ad abbandonare i loro comandi. Sono stati imitati dai capi delle milizie locali: alcuni, come Akram Al-Khabi, sarebbero andati a Teheran; altri, come Abu Fadak e Faleh Al-Fayehd, si sarebbero rifugiati nei quartieri popolari di Baghdad. Anche molte delle loro batterie di razzi sarebbero state nascoste nel deserto, puntate verso i fortini statunitensi: quattro sarebbero stati sparati poco prima dell’alba contro l’installazione dei campi petroliferi Koniko in Siria.
È ancora presto per trarre un bilancio del raid. I primi rapporti però indicano come i danni più rilevanti hanno riguardato l’Iraq e soprattutto la ragnatela delle Forze di Mobilitazione Popolare: sono unità combattenti che rispondono agli imam sciiti iracheni e che sono state integrate nell’esercito nazionale durante la guerra contro l’Isis, spesso venendo formate dagli istruttori del generale Soleimani. Hanno un peso rilevante negli assetti politici di Baghdad, cheoggi ha nuovamente protestato per la violazione della sua sovranità da parte dei jet Usa.

Nei giorni scorsi il premier aveva chiesto l’espulsione delle truppe straniere, americane incluse, dal Paese. Era parsa un’uscita propagandistica senza ricadute concrete: adesso però potrebbero esserci manifestazioni di piazza e non si possono escludere iniziative clamorose del governo. La notte più lunga è solo all’inizio.
“Non cerchiamo un conflitto nel Medio Oriente o da qualsiasi altra parte nel pianeta”, ha ribadito Biden. Ma da ieri le forze armate americane si ritrovano impegnate in missioni d’attacco in tutta la regione, dall’Oceano Indiano alla Mesopotamia, mettendo a segno bombardamenti in tre diversi Paesi. Allo stesso tempo, l’assenza di portaerei nel Mediterraneo – la “Ford” è dovuta rientrare in patria un mese fa perché era in missione da troppi mesi – ha costretto il Pentagono a lanciare i raid dalle basi emiratine, saudite e giordane: anche i suoi alleati più solidi sono stati esposti al rischio di ritorsioni iraniane.
Avere obbligato gli stormi americani a entrare in azione su gran parte del Medio Oriente rappresenta un risultato propagandistico importante per gli ayatollah, che in questa maniera rendono concreta agli occhi dell’opinione pubblica musulmana l’equazione presentata dai predicatori d’odio che vuole gli Stati Uniti militarmente schierati al fianco di Israele. Bisogna capire se però la campagna su Siria, Iraq e ancora prima quella sullo Yemen sia riuscita a intimidire i vertici della Repubblica Islamica, facendogli comprendere quanto siano vicini alla guerra totale.

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