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Nelle viscere di Khan Yunis, “la stanza di Sinwar”: qui il leader di Hamas si è nascosto con 12 prigionieri

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Ultimo aggiornamento 7 Febbraio, 2024, 23:35:03 di Maurizio Barra

Khan Yunis – Da sotto, il sopra non esiste. Non si sente, non si percepisce, non si vede. Nell’oscurità umida e afosa di questo tunnel chilometrico che si dipana sotto Khan Yunis, ogni decisione presa sembra non avere conseguenze. Ogni essere umano diventa ombra. Si cammina per centinaia di metri col capo leggermente abbassato lungo gallerie di cemento tutte uguali, larghe sessanta centimetri e alte circa un metro e settanta. Le pareti trasudano umidità e bagnano la guaina di plastica dei cavi elettrici. Si attraversano cancelli e porte di ferro, si passano stanze rivestite in ceramica e bagni, si scende giù in profondità. Dieci metri, venticinque metri, trenta metri, più il tunnel va giù più l’ossigeno diminuisce e si fatica a respirare l’aria mille volte respirata da altri. “Qui hanno tenuto dodici ostaggi israeliani”, dice a un certo punto il generale di brigata Dan Goldfus. “E qui si nascondeva Yahya Sinwar”.

Una delle due cucine che sono state trovate nei tunnel

Una delle due cucine che sono state trovate nei tunnel 

Nei tunnel di Khan Yunis

Repubblica è entrata in uno dei cunicoli più importanti della rete sotterranea scavata da Hamas. Importante per la complessità ingegneristica della costruzione, per ciò che vi è stato trovato dentro e per chi lo abitava. “Abbiamo combattuto dentro questo tunnel per controllarlo”. L’ingresso è da un buco in un terrapieno nel mezzo di un quartiere residenziale di Khan Yunis. O meglio, di quel poco che rimane del quartiere: siamo nel centro della seconda città della Striscia di Gaza, devastato e quasi raso al suolo da più di quattro mesi di bombardamenti. In superficie si sentono sparatorie, bombardamenti, il ronzio perenne delle eliche dei droni. Appena scesi i quindici gradini di una iniziale discesa di cemento, si precipita nel buio e nell’assenza di rumore.

Insieme a Repubblica ci sono Le Monde, il Wall Street Journal e la Cnn. Quella che viene indicata dall’ufficiale israeliano come “la stanza di Sinwar” è un locale con la volta a botte, intonacato e rivestito in ceramica. Il soffitto è molto più alto rispetto alle gallerie. Lungo una parete sono installati gli interruttori per la luce e due staffe con la placca metallica per appendere le televisioni. Due tavolini di legno, stoviglie, una valigia sventrata, due tappeti, una bombola del gas, un letto di plastica con un materasso marrone. I segni del bivacco. “Siamo convinti che questo locale, che fa parte del compound, sia stata utilizzata da Sinwar e da altri leader di Hamas”, dice il generale Goldfus. Che però non spiega su cosa basi questa convinzione.

La caccia all’uomo

L’impressione è che l’intelligence abbia acquisito degli elementi, ma che li stia ancora valutando. Oppure che non voglia rivelarli alla stampa per non compromettere la caccia all’uomo che ha ideato il massacro del 7 ottobre.Il tunnel fa parte di quello che l’Idf ritiene essere un “compound”, una sorta di base sotterranea che si estende sotto Khan Yunis ed è collegata ad altre reti e a centinaia di cavità come quella da cui siamo entrati. “Prima della guerra aveva funzioni solo logistiche, poi è stata riadattata a prigione per gli ostaggi”.Camminando per metri e metri lungo le sue gallerie, si capisce anche come sia stato possibile costruire un’opera del genere.

Il segreto è nel terreno argilloso della Striscia. Tra le intercapedini dei moduli di cemento si intravede la sabbia, non c’è pietra. Quindi per realizzare la “metropolitana” di Gaza, come chiamano questo formicaio, i miliziani di Hamas hanno scavato un terreno morbido, consolidando il tunnel con dei moduli prefabbricati di cemento composti dalle due pareti e un arco sopra. Così per chilometri e chilometri. Dicono addirittura 700.Le regole di ingaggio delle forze armate israeliane per questo servizio embedded sono le solite. Hanno voluto rivedere il materiale video e fotografico alla fine del viaggio durato sei ore dentro Khan Yunis e hanno chiesto di non pubblicare due immagini esterne del quartiere dove si trova l’ingresso del tunnel perché “possono rendere individuabili ad Hamas le posizioni delle nostre truppe”.

Il mondo di sotto

Un'altra delle stanze del tunnel sotto Khan Yunis

Un’altra delle stanze del tunnel sotto Khan Yunis 

Dopo quindici minuti dentro, si comincia a sudare per il caldo pur stando fermi. Dopo quaranta minuti anche il respiro si fa più faticoso. Il corpo si deve abituare alle inusuali condizioni ambientali, la mente deve contrastare la claustrofobia. “Immaginatevi ciò che hanno dovuto sopportare i dodici ostaggi tenuti in gabbia per settimane”. In gabbia, dice Goldfus. E in effetti così appare quest’altra stanza, rivestita anch’essa di mattonelle bianche con un motivo arabescato marrone, pavimentata e, però, chiusa da sbarre d’acciaio, con un cancello d’ingresso e un chiavistello. All’interno non ci sono né letti né sedie. Non c’è arredo, solo un ventilatore appeso in alto, in prossimità di un varco che conduce a un bagno. Stavolta Goldfus è prodigo di dettagli. “Siamo certi che fossero tenuti qui perché abbiamo raccolto evidenze forensi”. Significa che hanno potuto estrarre il dna da materiale biologico. “Tre di loro sono stati rilasciati durante l’accordo. Sono Sahar Calderon, 16 anni, Sapir Cohen, 29 anni, e Or Jacob, 17 anni”. Degli altri non hanno più notizie.

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