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La moglie di Navalny: “Putin deve pagare”. E la madre denuncia: “Ho visto mio figlio pochi giorni fa, stava bene ed era felice”

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Ultimo aggiornamento 17 Febbraio, 2024, 04:38:19 di Maurizio Barra

Yulia che non molla mai, neppure oggi che il trucco intorno agli occhi si bagna di lacrime mentre i flash dei fotografi la riprendono; neppure oggi che il suo Alexey se n’è andato solo, sbranato dal “Lupo Polare”: la colonia penale nel Circolo polare artico russo in cui Navalny era rinchiuso, nell’isolamento remoto della sua cella. Mentre Alexey moriva, Yulia Borisovna era a Monaco di Baviera per continuare la lotta in suo nome, ospite della Conferenza sulla sicurezza.

Ha provato a non crederci. Ha sperato che non fossero arrivati davvero a tanto, a far morire suo marito – il dissidente russo celebre nel mondo intero – rinchiuso inerme in un penitenziario: “Non possiamo credere a Putin e al suo governo, perché mentono continuamente. Ma se questa notizia è vera, Putin e tutto il suo staff, tutti i suoi uomini, pagheranno per quello che hanno fatto. Saranno portati davanti alla giustizia e questo avverrà presto”, dice quando la notizia si diffonde. Era ancora impossibile avere conferme indipendenti, ma presto diventa chiaro che non servono ulteriori conferme. Alexey è morto davvero.

“Tutte le persone del mondo devono combattere contro questo male, questo orribile regime in Russia e Putin deve essere ritenuto personalmente responsabile per tutte le atrocità commesse nel nostro Paese negli ultimi anni”, dice Yulia Navalnaya che non fa un passo indietro, non cede al dolore privato ma lo sottolinea con il rimmel intorno agli occhi infuriati, intorno agli occhi tristi. Non arretra di un centimetro, non lascia Monaco per riunirsi ai due figli, Yulia e Zakhar, completamente coinvolti insieme a lei nella battaglia per difendere il papà dalla violenza del potere di Putin che Alexey Navalny aveva provato a mettere in discussione. Restare “è quello che avrebbe fatto Alexey”, dice.

“Vorrei che Putin e tutto il suo staff, tutti quelli che sono intorno a lui, il suo governo, i suoi amici… vorrei che sapessero che saranno puniti per quello che hanno fatto al nostro Paese, alla mia famiglia e a mio marito”, dice Yulia davanti alla platea dei leader, dei dirigenti e degli alti funzionari riuniti a Monaco di Baviera per la conferenza; ed è una standing ovation quella che le tributano: “Saranno assicurati alla giustizia, e questo giorno arriverà presto. Vorrei invitare tutta la comunità internazionale, tutte le persone nel mondo, a riunirsi e a combattere contro questo male. Dovremmo combattere questo orribile regime in Russia oggi. Questo regime e Vladimir Putin dovrebbero essere ritenuti personalmente responsabili di tutte le atrocità commesse nel nostro Paese”.

Non un passo indietro, mai. É a lei che Alexey Navalny aveva dedicato il suo ultimo messaggio su Telegram, pubblicato mercoledì 14 febbraio nell’ennesimo San Valentino vissuto da lontano, da recluso: “Tesoro, tutto è come una canzone con te. Ci sono città tra noi, la luce del decollo degli aeroporti, tempeste di neve blu e migliaia di chilometri. Ma sento che sei vicina ogni secondo e ti amo sempre di più”.

La dolcezza dell’amore, la tempesta del dolore: “Non voglio sentire condoglianze. Abbiamo visto nostro figlio nella colonia il 12 febbraio a una visita su appuntamento ed era vivo, sano, allegro”, dice la mamma del dissidente, Lyudmila Ivanovna Navalnaya, in un post su Facebook. Anche Lyudmila partecipava alla battaglia legale insieme a Yulia e ai due figli della coppia – Darya che studia all’università di Stanford, in America; e Zakhar – in favore di Alexey.

“La mia intera famiglia ha intentato oggi un’azione legale collettiva ed è determinata ad andare fino alla Corte costituzionale”, scriveva Navalny sul suo account Twitter (gestito dai suoi avvocati e dalla sua fazione) a luglio: “Sono un condannato. E non smettono mai di ricordarmi che sono come tutti gli altri. Ma non ho ricevuto visite nell’ultimo anno. Zero visite lunghe, zero visite brevi e due telefonate 11 mesi fa. La regola generale qui è che ho diritto a tre visite lunghe, della durata di tre giorni e tre visite brevi di 4 ore attraverso il vetro, all’anno, oltre a un minimo di sei telefonate”.

“Sogno il giorno in cui sarai libero e sarà libero il nostro Paese. Stai forte, ti amo”, aveva detto la moglie Yulia lo scorso marzo, a Los Angeles, ritirando il premio Oscar come miglior documentario per “Navalny”, dedicato al marito e girato dal regista Daniel Roher. In questi anni, da quando era diventata un personaggio pubblico resistendo e reagendo insieme al marito al tentativo di avvelenarlo durante un tour elettorale in Siberia, l’hanno arrestata più volte, l’hanno bollata come un’agente destabilizzatore al soldo dell’Occidente, hanno provato a farla tacere e a screditarla; ma il suo sguardo duro, le labbra tese sul palco della Conferenza di Monaco, le sue parole precise e le sue accuse dirette sono la promessa di battaglie che non finiscono qui.

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