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Netanyahu: “Chi dice di non entrare a Rafah vuole farci perdere la guerra contro Hamas”

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Ultimo aggiornamento 18 Febbraio, 2024, 08:16:25 di Maurizio Barra

TEL AVIV – Arriva la risposta di Netanyahu a Biden. Venerdì il presidente americano aveva detto di aspettarsi che l’attacco di terra contro la città di Rafah non avverrà mentre i negoziati sul cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri sono ancora in corso e soprattutto senza prima evacuare i civili palestinesi dalla città. Il primo ministro israeliano ribatte che «chi non vuole l’attacco contro Rafah vuole la sconfitta di Israele». Cita un paio di espressioni ormai ricorrenti nel suo repertorio retorico, «la vittoria totale» che sarebbe «a portata di mano». Concede che «ovviamente non succederà prima che i civili siano evacuati».

Dice che c’è un sacco di spazio a Nord di Rafah dove spostare il milione e mezzo di sfollati e «ho detto all’esercito di farlo in modo ordinato». Ma avverte che la comunità internazionale non può aspettarsi «che lasciamo un quarto della forza combattente di Hamas intatta in uno spazio definito» e «l’operazione contro Rafah ci sarà anche se ci fosse nel frattempo un accordo sugli ostaggi e sul cessate il fuoco, perché non c’è alternativa alla vittoria totale».

C’è molto timore anche tra i ministri degli Esteri del G7 ieri riuniti a Monaco per l’avanzata delle truppe israeliane verso l’ultima città palestinese rimasta fuori dai combattimenti a terra – ma non dai bombardamenti aerei – e l’italiano Antonio Tajani parla di «conseguenze potenzialmente devastanti per la popolazione civile in quell’area». Il bilancio dell’invasione israeliana di Gaza per adesso è arrivato sopra ai ventottomila morti, senza contare i corpi che sono ancora sotto le rovine.

L’invasione di Rafah, dal punto di vista militare, non può essere immediata perché in questo momento non ci sono più unità di riservisti dentro alla Striscia di Gaza e il numero dei soldati israeliani non è mai stato così basso – circa il 30 per cento rispetto all’inizio dell’invasione. I soldati delle riserve sono tornati a fare il mestiere che facevano nella vita normale oppure sono stati spostati su al Nord, in caso di guerra con il gruppo libanese Hezbollah. L’Amministrazione Biden e il governo israeliano sanno che l’attacco non avverrà di colpo e sarà annunciato da movimenti sul terreno e dall’arrivo di altre unità, quindi in questo momento le dichiarazioni incrociate su Rafah sono schermaglie diplomatiche. Ma il governo israeliano ancora non parla di un piano realistico per l’evacuazione dei civili, oppure non lo ha.

Hamas dice che una precondizione necessaria a un accordo è l’arrivo di aiuti umanitari nel Nord di Gaza, che è rimasto quasi isolato dal settore Sud, dove almeno arrivano i convogli di aiuti dall’Egitto. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, sostiene anche lui da Monaco che i negoziati per ora non sono molto promettenti – e questo è un pessimo segnale perché viene dal Qatar, di solito la fonte più ottimista sullo stato delle trattative. Il capo della diplomazia americana Blinken, in questo stallo, dice che però c’è un’opportunità unica perché «ogni Stato arabo vuole relazioni con Israele e integrarlo nella regione» – se Israele accettasse uno Stato palestinese.

Ieri ci sono state molte manifestazioni sparse di israeliani contro il governo, due più grandi delle altre: a Gerusalemme vicino alla casa del premier per chiedere di fare un accordo per liberare gli ostaggi e a Tel Aviv, dove i manifestanti hanno chiesto elezioni – e questo vuol dire che dalle generiche proteste a favore degli ostaggi ci si sta spostando verso un nuovo obiettivo, far cadere Netanyahu. Ma il premier ieri ha liquidato qualsiasi ipotesi di voto, affermando che le elezioni si «terranno tra quale anno».

Secondo il New York Times, Israele è il mandante di due operazioni di sabotaggio contro due gasdotti in Iran che forniscono diverse grandi città in sette province. Squadre di agenti clandestini da anni compiono azioni di sabotaggio per conto di Israele dentro l’Iran, ma questa è la prima volta che viene colpita un’infrastruttura civile di largo uso e non un bersaglio militare specifico.

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