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Israele pretende le scuse di Lula. L’Ue: “Una pausa nei combattimenti”

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Ultimo aggiornamento 20 Febbraio, 2024, 06:22:00 di Maurizio Barra

TEL AVIV — Il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, annuncia che il presidente brasiliano Lula non potrà più entrare in Israele, è “persona non grata”, come si dice in gergo diplomatico, fino a quando non chiederà scusa per le sue dichiarazioni di domenica. Al summit dell’Unione africana di Addis Abeba, Lula aveva detto dal podio che «quello che succede in questi giorni ai palestinesi a Gaza non era mai successo in nessun periodo storico. Anzi, sì, era successo con Hitler e gli ebrei». È il bottone rosso delle relazioni con Israele, quello che non va premuto in nessun caso, il paragone con l’Olocausto, e apre una crisi ineluttabile.

Il primo ministro Netanyahu ha detto che Lula «ha disonorato la memoria di sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti e ha demonizzato lo Stato ebraico come il più virulento degli antisemiti». In mattinata il governo israeliano ha convocato l’ambasciatore brasiliano per una reprimenda allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme. Nel pomeriggio il governo brasiliano ha ritirato il diplomatico e lo ha fatto rientrare in patria. Rottura delle relazioni. Hamas invece ha elogiato Lula con un comunicato – il gruppo palestinese vede senza dubbio l’enorme potenziale che verrebbe dall’intrecciare la propria causa con l’ascesa del Sud globale.

Intanto all Aja davanti alla Corte internazionale di giustizia sono cominciati sei giorni di audizioni chiesti dalle Nazioni Unite sulle conseguenze legali dei 56 anni di controllo militare di Israele sulla West Bank e su Gerusalemme est: i rappresentanti palestinesi hanno accusato gli israeliani di avere creato un’occupazione permanente e illegale e di aver imposto un sistema di apartheid contro i palestinesi. Le condanne sono diventate “una valanga”, scrive la stampa, e sarà così anche nei prossimi giorni. I pareri della Corte internazionale di giustizia non sono vincolanti e non hanno conseguenze legali, ma l’attenzione è alta in questo periodo per quello che sta succedendo a Gaza e anche nella West Bank, e ci sono effetti profondi nella diplomazia e nell’opinione pubblica.

Ecco due di questi movimenti. Il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, dice che tutti i Paesi dell’Unione tranne l’Ungheria appoggiano la richiesta ufficiale di una pausa umanitaria a Gaza. E gli Stati Uniti hanno presentato all’Onu per la prima volta la bozza di una risoluzione che chiede un cessate il fuoco fra Israele e Hamas, «non appena sarà praticabile» e a condizione che tutti gli ostaggi siano rilasciati. Washington ha già detto che metterà il veto a una risoluzione concorrente sul cessate il fuoco che sarà presentata oggi dall’Algeria. Tutto questo sommovimento diplomatico vuole anticipare la temuta offensiva di terra delle truppe di Israele contro Rafah, che in questi 136 giorni è diventata l’ultima fermata dove un milione e mezzo di palestinesi si sono insaccati senza più vie di fuga.

Il testo della risoluzione americana all’Onu si oppone all’offensiva e avverte che potrebbe avere conseguenze durissime sui civili. Tuttavia, dopo la caduta di Khan Yunis c’è una pausa evidente e non ci sarà subito una battaglia di Rafah. Fonti militari israeliani dicono a Reuters che la guerra potrebbe durare ancora tra le sei e le otto settimane e che prima di Rafah l’evacuazione dei civili prenderà «qualche settimana». La pausa è così evidente che il ministro Gadi Eisenkot, che fa parte come osservatore del gabinetto di guerra, una settimana fa ha scritto una lettera critica – i media lo hanno saputo ieri – contro lo stesso gabinetto perché non prende decisioni strategiche e la guerra è in stallo. Eisenkot sospetta che Netanyahu voglia allungare i tempi in nome della propria sopravvivenza politica.

La questione della Spianata delle moschee, aperta dal ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir che voleva vietarla agli arabo-israeliani durante il Ramadan, si è per ora chiusa: Netanyahu ha detto che l’accesso sarà regolato secondo le indicazioni di polizia e servizi di sicurezza, come ogni anno.

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