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“Tregua da lunedì”. Ma Hamas e Israele smentiscono gli Usa

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Ultimo aggiornamento 28 Febbraio, 2024, 09:18:50 di Maurizio Barra

TEL AVIV — Il presidente americano Biden, con un cono gelato in mano, sprizza ottimismo immotivato: «Il mio consigliere per la Sicurezza nazionale dice che ci siamo vicini, ci siamo vicini anche se non è ancora fatta. La mia speranza è che avremo un cessate il fuoco lunedì». Hamas risponde che non c’è alcun progresso nelle trattative e quindi figurarsi se c’è la data del possibile inizio della tregua di quaranta giorni che i negoziatori sperano di incassare prima dell’inizio del Ramadan, il prossimo 10 marzo. E anche Israele, Netanyahu in primis, si dice stupito dell’ottimismo della Casa Bianca.

Hamas addirittura sostiene di non avere ancora ricevuto le proposte formulate al vertice di Parigi, quindi all’incontro tra americani, egiziani, qatarini e israeliani dove lo schema del prossimo accordo è stato scritto a grandi linee. Bassem Naim, l’uomo di Hamas per le relazioni internazionali, spiega al New York Times che dal punto di vista formale Hamas sta ancora aspettando. Un altro dirigente, Ahmad Abdelhadi, è ancora più pessimista in un’intervista al sito libanese Al Mayadeen e sostiene che tutte le voci su un possibile accordo circolate in questi giorni sono stratagemmi, mezzucci per far sembrare che ormai il cessate il fuoco sia cosa fatta, ma non è così. Persino il Qatar, che parla sempre dell’accordo come se fosse dietro l’angolo, raffredda molto le aspettative e dice di non avere nulla in mano per confermare l’ottimismo di Biden.

Abdelhadi spiega qual è il punto che blocca tutto. Se Hamas libera tutti gli ostaggi vuole avere la certezza che il cessate il fuoco evolverà in una tregua permanente, altrimenti – questo non lo dice lui ma è la conseguenza – alla fine dello scambio di prigionieri con Israele ricominciano i bombardamenti aerei e l’invasione della Striscia. E Hamas non avrebbe più in mano la sua carta negoziale. Si godrebbe una breve pausa, ma poi si troverebbe in una situazione molto peggiore, e invece vuole che la pausa si cristallizzi molto oltre il Ramadan e a tempo indeterminato.

Israele al contrario vuole che il cessate il fuoco non sia la fine della guerra, ma soltanto un’interruzione, per poi muovere contro la città di Rafah, contro le forze di Hamas che sono sopravvissute ai primi 144 giorni di conflitto con i civili presi nel mezzo. Più la pausa diventa lunga, più ricominciare a bombardare sarà complicato per Israele, e basta pensare a cosa diventerebbero le notizie internazionali nel mese di aprile: un conto alla rovescia verso l’ora zero dei nuovi raid aerei israeliani dopo sei settimane senza un solo civile morto dentro Gaza. Il cessate il fuoco diventerà duraturo oppure no? Su questo si scontrano Hamas e Israele ai negoziati. Peraltro da due giorni sui media israeliani più informati si parla di Yahya Sinwar, il capo di Hamas dentro Gaza, come se fosse riapparso e riuscisse di nuovo a contattare la delegazione di Hamas che partecipa ai negoziati. Sinwar vive attorniato da ostaggi israeliani che gli fanno da scudo e può essere che adesso, prima di liberarli, voglia garanzie maggiori.

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Biden vuole che il cessate il fuoco diventi una tregua permanente e poi evolva in un accordo storico di normalizzazione fra Israele e gli Stati arabi, perché, come ha detto ieri in un’altra intervista alla Nbc, «Israele alla fine sopravvive soltanto se afferra l’opportunità che ci siano pace e sicurezza per gli israeliani e per i palestinesi usati come pedine da Hamas». Ma se, ha proseguito Biden, «continua con questo governo incredibilmente conservatore che ha, Ben Gvir e gli altri, perderà l’appoggio del mondo. E questo non è nell’interesse di Israele». Netanyahu ha risposto a stretto giro: «Fin dall’inizio della guerra ho condotto una campagna per bloccare la pressione di chi vorrebbe la fine prematura del conflitto. Oggi quattro americani su cinque stanno con Israele e contro Hamas». E poi ha promesso, come fa da un mese, «la vittoria totale».

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