Aggiornamenti, Mondo, Notizie, Ultim'ora, VIDEO NOTIZIE

I palestinesi delusi: “Navi e porti inutili”. Timori per Ramadan

Tempo di lettura: 3 minuti

Ultimo aggiornamento 10 Marzo, 2024, 07:11:26 di Maurizio Barra

RAMALLAH — Non basta la nave organizzata dall’Unione europea, non basta il porto provvisorio promesso dagli Stati Uniti. Non basta Joe Biden che parla della necessità di un chiarimento definitivo con Benjamin Netanyahu. E neanche le condanne per la mancanza di aiuti su Gaza che da giorni rimbalzano da una all’altra delle capitali europee. I palestinesi sono stanchi: «Sono solo mosse dell’Occidente per salvarsi la faccia. Non servono a nulla: serve invece fermare Israele». A pronunciare parole così dure è Fares Ghaddoura, uomo solitamente moderato, messo dal presidente Mahmud Abbas (alias Abu Mazen) in una posizione tanto delicata come quella di ministro per i Prigionieri dell’Anp proprio per la sua capacità di mediare.

Eppure in queste ore, dal suo ufficio di Ramallah adornato di ritratti di Arafat, Abbas e di Marwan Barghouti, (il leader della Seconda intifada da 23 anni in un carcere israeliano), Ghaddoura non lascia spazio al compromesso: «Quello che gli americani e gli europei stanno facendo è pari a zero. Non c’è una pressione reale su Netanyahu, solo parole: mandate una nave, costruite nuovi porti, lanciate aiuti dal cielo quando basterebbe usare i valichi esistenti, in Egitto e Israele, costringendo Israele ad aprirli tutti e a far passare molti più aiuti».

La nave a cui fa riferimento è quella voluta alla Ue e gestita dall’ong spagnola Open Arms, specializzata nel soccorso nel Mediterraneo e da World Kitchen, fondata dallo chef superstar spagnolo José Andrés, che da settimane lavora insieme agli Emirati arabi uniti per portare aiuti a Gaza. Dovrebbe salpare stamane da Cipro, dove ieri sera attendeva le ultime autorizzazioni, e arriverà fra tre giorni direttamente nella Striscia, con le 200 tonnellate di aiuti ispezionate già a Cipro e dunque pronte per essere distribuite immediatamente a una popolazione che ormai è allo stremo.

Che gli animi siano accesi più che mai in questa parte di mondo, come evidenziano le parole di Ghaddoura, non può stupire nessuno: fra poche ore inizia il Ramadan, il mese sacro dell’Islam che coincide con la scadenza che si erano date le parti per raggiungere un accordo per la tregua a Gaza, e per uno scambio ostaggi israeliani/prigionieri palestinesi. La trattativa è ufficialmente ferma, ma sottobanco – ci conferma chi la segue – sta andando avanti a colpi di minacce e pressioni: il Wall Street Journal scrive che il Qatar sarebbe pronto a cacciare i dirigenti di Hamas in esilio se non ci sarà un accordo.

Il più importante di loro, Ismail Haniyeh, lancia un appello perché si interrompa la guerra (leggi: chi può spinga Israele ad accettare i punti messi sul tavolo dal gruppo). Il Mossad accusa Hamas di non volere l’accordo e di puntare a «infiammare la regione per Ramadan», Hamas accusa Netanyahu, la Cia è sul campo con il suo numero uno William Burns. Il tempo – ufficialmente – scade a mezzanotte: e poi, chissà. Una Gerusalemme Est triste e silenziosa, senza luci né addobbi aspetta quello che è di solito la festa più importante con il fiato sospeso: e con lei tutto Israele.

Chi non ha più tempo, voglia, né pazienza di aspettare sono le famiglie degli ostaggi che ieri sono tornate in piazza in massa in tutto il Paese dopo aver concesso al governo tregua nel periodo in cui i negoziati ufficialmente andavano avanti. Alcune di loro avrebbero ricevuto nei giorni scorsi, secondo Canale 12, la prova in vita dei loro cari. Molto, se fosse confermato: ma non abbastanza. Decine di migliaia di persone si sono strette intorno a loro gridando “Adesso” e “Tutti”, nel cuore di Tel Aviv, ma anche qui a Gerusalemme, ad Haifa e sotto casa di Netanyahu in Cesarea. A queste manifestazioni si sono affiancate quelle (anche in questo caso sparse in diversi luoghi del Paese) per chiedere le dimissioni di Netanayhu: le immagini di Tel Aviv sembravano quelle dei giorni più caldi delle proteste contro la riforma giudiziaria voluta dal premier dell’anno scorso. Un’era geologica fa in un Paese che da cinque mesi non è più lo stesso: e non sa ancora cosa diventerà

source

La Tua opinione è importante! Vota questo articolo, grazie!
No votes yet.
Please wait...

Vuoi scrivere, commentare ed interagire? Sei nel posto giusto!

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.