Ultimo aggiornamento 24 Marzo, 2024, 09:36:18 di Maurizio Barra
E infine ha equiparato i «criminali» ai «nazisti che compivano massacri nei territori occupati». Paragone che ha nuovamente evocato l’Ucraina che ha promesso di “denazificare” quando due anni fa ha lanciato la sua cosiddetta Operazione militare speciale. «Tutti gli autori, gli organizzatori e i clienti di questo crimine subiranno una punizione giusta e inevitabile. Chiunque siano, chiunque li guidi», ha poi concluso. Parole che fanno pensare che il Cremlino voglia lasciare tutte le piste aperte, ma che intanto abbia voluto calare sul tavolo la carta ucraina per poterla giocare all’occorrenza inasprendo i raid o colpendo la dirigenza del Paese, come suggerito venerdì da Dmitrij Medvedev.
Se mai dovesse servire, l’Fsb riuscirebbe a far dire ai catturati quello che vuole, come dimostra il video diffuso sui social di un attentatore a cui cercano di far ingoiare l’orecchio che gli hanno appena mozzato. L’amministrazione presidenziale, scrive il media Meduza, avrebbe intanto incaricato i media statali di enfatizzare la possibile “pista ucraina”. Non che ce ne fosse bisogno. Sin dalle prime ore, i propagandisti e i cosiddetti “blogger Z” avevano puntato il dito contro Kiev, a partire dal “corrispondente militare” di Komsomolskaja Pravda Aleksandr Kots. Anche diversi politici hanno incolpato Kiev. Il senatore Viktor Bondarev ha parlato di «sabotaggio ucraino» e il capo della Comissione Difesa della Duma, Andre Kartapolov, ha definito «Ucraina e suoi sostenitori» «i principali soggetti coinvolti». La capa di Rt, ex Russia Today, Margarita Simonjan, ha persino tirato in ballo l’Occidente. «Non è l’Isis. Gli artisti sono stati selezionati in modo tale da poter convincere la stupida comunità mondiale che si tratto dell’Isis… Sono le creste». I khokhly, altra definizione dispregiativa degli ucraini. «E il fatto che proprio ieri, ancor prima degli arresti, i servizi segreti occidentali abbiano cominciato a dire che si trattasse dell’Isis, è ciò che ha dato fuoco al cappello del ladro», ha continuato riferendosi a un proverbio russo che vuol dire “Chi si scusa si accusa”. Ieri sera i notiziari si sono intanto dati da fare per obbedire alla direttiva. Pervyj Kanal, il “Primo canale”, ha mostrato i sospetti attentatori, col volto insanguinato, e diverse clip degli interrogatori, senza però mai citare la nazionalità dei presunti attentatori. E gli investigatori si sono limitati a dire che non erano russi.
È stato il deputato Aleksandr Khinstein a precisare che i sospettati provenissero dal Tagikistan, ex Repubblica sovietica nell’Asia centrale a maggioranza musulmana confinante con l’Afghanistan, dove è attivo lo Stato islamico. Le autorità, però, sembrano per il momento voler sminuire la pista islamista e centroasiatica, probabilmente per il timore di approfondire spaccature in un Paese multietnico e multireligioso dove i musulmani, secondo alcune stime, rappresentano un settimo della popolazione. «Il dovere comune dei russi ora è di stare insieme, spalla a spalla. Nessuno potrà spargere i velenosi semi della discordia e del panico nella nostra società multietnica», ha detto non a caso Putin lanciando persino un forzato appello alla comunità internazionale a «condividere gli sforzi per combattere il nemico comune».
E se in Ucraina si teme “un’escalation della violenza”, come paventato dal premier polacco Donald Tusk, in patria ci si aspetta che l’attacco venga strumentalizzato per l’ennesimo inasprimento della repressione. C’è già chi ha invocato che venga ripristinata la pena di morte. Da Medvedev che ha auspicato «le esecuzioni dei terroristi e la repressione contro le loro famiglie» al leader del partito Russia Giusta, Sergej Mironov, che ha augurato la pena capitale ai «“non umani” che commettono atti terroristici». Il capo del partito Russia Unita presso la Duma, Vladimir Vasiliev, ha detto che i deputati prenderanno «una decisione che soddisferà gli umori e le aspettative della nostra società» sull’argomento, benché il senatore Andrej Klishas abbia ricordato che il Parlamento non può rovesciare la sentenza della Corte costituzionale che nel 1997 ha imposto la moratoria sulla pena capitale.
Resta però l’imbarazzo di un Paese che, come ha osservato l’avvocata Anastasia Burakova, proclama leggi sempre più repressive col pretesto della «garanzia della sicurezza e della lotta contro alcuni “nemici esterni”», ma non è riuscito a prevenire la carneficina al Crocus nonostante l’allerta terrorismo diramato dagli Stati Uniti il 7 marzo che Putin anzi aveva liquidato come «provocatozione» per «intimidire e destabilizzare la società» russa. «Sicurezza delle frontiere, sistemi di difesa aerea, prevenzione di attacchi terroristici, sistemi di riconoscimento facciale: tutto risulta essere un villaggio Potjomkin», ha concluso Burakova, osservando che però nel 2024 non c’è nessuno che possa chiamare in causa Putin e chiedergli conto dell’inutilità di metal detector, videocamere e pattuglie di agenti. «I deputati sono controllati al 100%, non ci sono vere elezioni, i media indipendenti sono bloccati e dichiarati “indesiderabili”». Intanto innocenti muoiono alla periferia della militarizzata capitale.
