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Civil War, arriva il disaster-political-movie firmato Garland

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Nessuna spiegazione, ma solo
un’America divisa, in guerra e senza acqua. Si combatte nelle
piazze, sulle highway, nei parchi, negli aeroporti e il nemico è
un altro americano proprio come te. Questo il
disaster-political-movie a firma di Alex Garland in sala dal 18
aprile con 01.

   
Ecco i protagonisti e la storia: il giornalista Joel (Wagner
Moura) e la fotografa Lee (Kirsten Dunst) da bravi cronisti
hanno deciso sia rimasta una sola storia da raccontare:
intervistare un Presidente degli Stati Uniti (che somiglia molto
a Trump e interpretato da Nick Offerman), ormai da tempo
trinceratosi a Washington mentre dilaga una feroce Guerra Civile
che ricorda il 6 gennaio di Capitol Hill, ma moltiplicato alla
potenza.

   
I due giornalisti partono così per un viaggio verso la capitale,
cui si aggregano l’anziano e claudicante reporter Sammy (Stephen
McKinley Henderson) e la giovane fotografa Jessie (Cailee
Spaeny) che vede nella Lee un modello da seguire.

   
Per loro inizia un viaggio on the road tra mille feroci micro-
conflitti, centinaia di auto abbandonate, rumorosi elicotteri da
guerra mentre quel che resta del governo ufficiale, che fa capo
al presidente, si scontra con le truppe congiunte Occidentali di
Texas e California.

   
A parte il cinismo esasperato di questi giornalisti che
preferiscono fotografare la morte di un collega piuttosto che
salvarlo, momento cult di Civil War è quello che vede
protagonista il grandissimo Jesse Plemons nei panni di un
soldato secessionista con le idee molto chiare su chi è
americano e chi no. E così quando si trova in servizio a un
posto di blocco, con tanto di inquietanti occhiali dalle lenti
rosse, è capace di interrogatori estremamente sincopati ed
efficaci. Da parte sua solo qualche domanda sulla provenienza e
forse sei salvo, ma se ti spacci per americano e i tuoi tratti e
il tuo cognome dicono il contrario un colpo di mitra al petto e
si chiude la questione.

   

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Gian Maria Volonté, Treccani lo ricorda a 30 anni dalla morte

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Nel trentesimo anniversario della
morte Treccani ricorda Gian Maria Volonté con una voce
pubblicata sul volume 100 del Dizionario Biografico degli
Italiani, a cura di Marina Pellanda.
Nato il 9 aprile 1933 a Milano, morto a Florina (Grecia) il 6
dicembre 1994, Volonté è considerato uno degli attori teatrali e
cinematografici più importanti del cinema italiano, dalle
“straordinarie doti interpretative, basate su una naturale
abilità mimetica e su un lavoro attoriale ossessivo, al servizio
del miglior cinema di impegno civile” sottolinea Treccani.

   
A diciassette anni partì per la Francia vivendo alla
giornata. Nel 1959, primo in Italia, diresse e interpretò
L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett e fece la sua prima
fortunatissima partecipazione televisiva come Rogozin ne
L’Idiota di Fëdor Dostoevskij, ridotto, sceneggiato e
interpretato da Giorgio Albertazzi, per la regia di Giacomo
Vaccari, che lo impose come “uno dei più interessanti e
promettenti attori della nuova generazione” (Peano, 1967).

   
Nell’estate del 1960 Volonté lavorò con Enriquez in Romeo e
Giulietta e Antonio e Cleopatra, conoscendo così Carla Gravina.

   
Il loro legame, nato al di fuori del matrimonio, fece parecchio
scandalo, ma continuò nonostante tutto e il 3 luglio 1961 nacque
Giovanna, che avrebbe portato il cognome materno.

   
Nel 1972 disse no a Francis Ford Coppola per Il Padrino e nel
1976 rifiutò Il Casanova di Federico Fellini e Novecento di
Bernardo Bertolucci. Nel 1976 fu eletto consigliere comunale a
Roma nelle liste del Partito Comunista, ma si dimise non molto
tempo dopo. Tra il 1978 e il 1979 girò con Francesco Rosi Cristo
si è fermato a Eboli. L’anno successivo gli venne diagnosticato
un cancro a un polmone e per sostenere economicamente
l’intervento chirurgico che lo salvò accettò di interpretare
Plessis nella riduzione televisiva di Mauro Bolognini.

   
Con Il caso Moro di Giuseppe Ferrara vinse l’Orso d’argento
al Festival di Berlino del 1987 e con Porte aperte (1990) di
Gianni Amelio ottenne il David di Donatello. Nel 1991 ricevette
il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.

   
Fu colto da infarto sul set di Lo sguardo di Ulisse di Theo
Anghelopulos.

   

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Un Mondo a Parte il film più visto anche nel giorno di Pasquetta

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Un Mondo a Parte di Riccardo Milani,
con 131.324 spettatori, anche il giorno di Pasquetta è il film
più visto. Interpretato da Antonio Albanese e Virginia Raffaele,
il film cresce rispetto alla giornata di Pasqua, sfiorando 1
milione di euro (935.597 euro). Il totale, dopo 5 giorni, è di
quasi 2.8 milioni di euro (2.765.744 euro) con 394.556
spettatori.


   
“Il successo di Un mondo a parte fa bene a tutti! Un segnale
positivo per il cinema italiano che ci fa capire sempre di più
l’interesse del pubblico per le storie vere e di sentimenti che
raccontano della nostra cultura italiana – dice in una nota
Giampaolo Letta, Ad di Medusa Film che distribuisce il film -:
Riccardo Milani ci ha regalato un altro film divertente,
emozionante, commovente e poetico che racconta con garbo e
nobile leggerezza temi importanti quali lo spopolamento dei
piccoli paesi di montagna ed il rischio di chiusura delle scuole
per mancanza di studenti, l’integrazione e l’inclusione. Si ride
e si riflette grazie anche alla grande professionalità dei due
straordinari protagonisti Antonio Albanese e Virginia Raffaele
che insieme al regista stanno incontrando in questi giorni il
pubblico di ragazzi, adulti, famiglie e bambini in un tour che
sta attraversando tutta l’Italia”.


   
“Siamo molto felici dell’ottima partenza di Un Mondo a Parte
– aggiunge Mario Gianani che con Lorenzo Gangarossa ha prodotto
il film per Wildside (Fremantle) -. Riccardo Milani conferma la
sua capacità di trattare con estrema sensibilità temi che sanno
coinvolgere emotivamente un largo pubblico”. Milani è “molto
contento del successo del film – commenta – e in particolare che
la storia di una comunità così piccola, con protagonisti sette
bambini e due maestri delle scuole elementari, abbia raggiunto
il cuore di tante persone. Credo sia un bel segnale che arriva
forte dai piccoli centri del nostro Paese, un segnale di
resistenza umana e culturale di un’Italia che non vuole
arrendersi e non vuole abituarsi al peggio”.


   
Riccardo Milani con Antonio Albanese e Virginia Raffaele
continuano con film anche il tour nei cinema italiani: fra le
tappe Modena, Bologna, a Rimini, Riccione, Napoli, Bari,
Barletta, Perugia, Ostia, Padova, Genova, Torino, Cagliari.


   



   

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Lynda Carter, non ci sarà Wonder Woman 3 senza richiesta dai fan

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Non ci sarà un Wonder Woman 3
senza una richiesta da parte dei fan. A parlare è Lynda Carter,
la supereroina della storica serie degli anni ’70. Il terzo
capitolo del film con Gal Gadot è rimasto al palo dopo che la DC
Studios non ha manifestato l’intenzione di resuscitare il
progetto.

   
Intervistata da Yahoo! Entertainment, Carter ha sottolineato
che un altro film sarà possibile solo se insorge il pubblico.

   
“Non penso che vogliano farlo – ha spiegato riferendosi al terzo
capitolo della saga – a meno che non facciano pressione i fan.

   
Non penso che ci abbiano messo la testa e non capisco il perché.

   
Mi sembra che Wonder Woman sia diversa dagli altri personaggi.

   
Non è solo una supereroina, si batte per soluzioni pacifiche,
non è un’aggressiva fine a se stessa, è una cosa diversa, si
tratta di forza interiore ed esteriore. Non so perché l’abbiano
messo nel cassetto, è un gran franchise”.

   
Lynda Carter ha avuto un ruolo in Wonder Woman 1984, diretto
da Patty Jenkins (2020) e avrebbe dovuto lavorare anche
nell’ipotetico terzo film; Jenkins tuttavia ha annunciato che
probabilmente si tratta di un’idea archiviata definitivamente.

   

   

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Un Mondo a Parte di Milani film più visto nel giorno di Pasqua

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Un Mondo a Parte di Riccardo Milani è
il film più visto del giorno di Pasqua, con circa 775.000 euro
(772.077 euro) e 110.000 ingressi. superando i colossi americani
Kung Fu Panda 4 e Godzilla e Kong – Il Nuovo Impero.

   
Il film di Riccardo Milani con Antonio Albanese e Virginia
Raffaele in soli quattro giorni dall’uscita in sala ottiene
oltre 1.800.000 euro di incassi (1.818.048 euro) con 261.717
spettatori. Un mondo a parte ha registrato da sabato una
crescita di pubblico del +35%.

   

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Elvira e Ada, il punto di vista delle donne in 'Zamora'

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In Zamora, esordio alla regia di Neri
Marcorè, in sala dal 4 aprile con 01 e tratto dal libro omonimo
di Roberto Perrone (Garzanti), sono di scena le disavventure,
nei favolosi e irripetibili anni Sessanta, del trentenne Walter
Vismara (Alberto Paradossi) ragioniere di professione, ma anche
di più nella vita, uno che lavora come contabile in una
fabbrichetta di Vigevano. E le donne di questa storia? Sono
soprattutto due: Elvira (Anna Ferraioli Ravel), sorella del
ragioniere, femminista ante litteram e separata dal marito, e
Ada (Marta Gastini), segretaria e oggetto del desiderio, sempre
del ragioniere, ma mille anni più avanti di lui.

   
“La mia Elvira – dice all’ANSA Anna Ferraioli Ravel, nata a
Salerno nel 1988 – è una femminista gioiosa che, al contrario di
molte donne di oggi, non esclude gli uomini. Il film, un romanzo
di formazione centrato sulla generazione dei trentenni, racconta
un’Italia di cui si è persa la memoria. Proprio come accade in
Un Altro Ferragosto di Paolo Virzì (in cui l’attrice interpreta
Sabry Mazzalupi, influencer romana), oggi non c’è più quella
identificazione collettiva in cui si lottava tutti insieme per
inseguire gli ideali come accadeva in Ferie d’agosto, ma
imperversa la competizione individuale che scaturisce da
un’angoscia profonda, dalla paura dell’altro”. E ancora: “Elvira
ha una rivendicazione di libertà molto gioiosa che non diventa
mai militanza, consapevolezza ideologica. La cosa forte di
Zamora è che in questo film è la donna ad essere emancipata
perché realizzata sentimentalmente nella vita ed è lei che apre
un po’ la pista agli uomini che molto spesso emancipati non
sono”.

   
Ada, dice invece all’ANSA Marta Gastini, nata ad Alessandria
nel 1989, “è una segretaria che pur rientrando tra i tanti
personaggi femminili raccontati da Marcorè è in realtà molto più
avanti, più moderna rispetto al suo tempo. Una donna capace di
prendere in mano il proprio destino al di là delle regole
d’allora. Tanto che, pur essendo accusata di qualcosa che non ha
fatto, non va affatto a chiedere scusa all’uomo, ma piuttosto lo
mette a posto. Si sente insomma sua pari, una cosa che accade a
un po’ tutte le donne del film. Oggi questo è anche più
importante da raccontare”.

   

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Marlon Brando, 100 anni fa la nascita del divo eretico di Hollywood

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Cento anni fa, il 3 aprile 1924 a Omaha, nel Nebraska, nasceva il terzogenito del produttore di pesticidi e materie chimiche Marlon Brando Senior. Il bambino aveva lo stesso nome del padre che detestò per tutta l’infanzia; per distinguersi si faceva chiamare Bud, finché col nome di Marlon Brando divenne celebre cancellando così la memoria del papà. Il figlio considerava invece la madre Dorothy la sua musa e il suo più grande amore, tanto da ammettere che recitava soltanto per avere la considerazione della “sua” Dorothy.

Nelle vene della famiglia Brandau (questo il cognome originario di un certo Johan Wilhelm arrivato in America in cerca di fortuna nel ‘700) scorreva sangue tedesco, ma anche inglese, francese, olandese. Il futuro divo aveva quindi in sé tutti i cromosomi della giovane nazione e la determinazione dei pionieri. Cresciuto tra la California, l’Illinois, il Minnesota (dove si fece cacciare dall’accademia militare) Brando approdò nel 1943 a New York, si iscrisse ai corsi di recitazione di Stella Adler nella Dramatic Workshop di Erwin Piscator, dove rimase folgorato dal Metodo Stanislavskij, affinato poi all’Actors Studio di Lee Strasberg. Appena un anno dopo, Marlon debuttava a Broadway nella commedia “I Remember Mama” e, a guerra appena conclusa, si confermò in “A Flag is Born” di Ben Hecht. Aveva già idee ben chiare anche in politica (per sostenere il nascente stato di Israele si impegnò a lavorare al minimo sindacale) e il teatro lo amava, come confermò il suo successo personale in “Un tram che si chiama desiderio” da Tennessee Williams. Il passo al cinema fu breve e nel 1951 Elia Kazan lo volle per la versione hollywoodiana della commedia. Fisico atletico, sguardo magnetico, testosterone a mille, Brando divenne una star. Del resto aveva già dato prova della sua maniacale versatilità in “Il mio corpo ti appartiene” di Fred Zinnemann interpretando un reduce paraplegico preda di gravi turbe depressive.

Nasceva allora il mito dell’attore “Actors Studio” che mette tutto l’accento sulla credibilità fisica del personaggio e sull’ossessiva aderenza alla dimensione psicologica dello stesso. Grazie allo “stile Brando” ebbe successo un’intera generazione di attori, da Paul Newman a Gene Hackman. Seguirono ruoli diventati iconici nella sua carriera da “Viva Zapata” a “Giulio Cesare” (in cui giganteggia nella parte di Marc’Antonio) a “Il selvaggio” (giubbotto di pelle e motocicletta in bella mostra). Nel 1954 aveva già alle spalle tre candidature all’Oscar, traguardo raggiunto nel ’56 con “Fronte del porto” a fianco di Rod Steiger. Di nuovo diretto da Kazan, interpreta lo scaricatore di porto ed ex pugile Terry Malloy, costretto dal fratello a truccare un incontro. Tornato per l’ultima volta in teatro con “Arms and the Man” da G.B. Shaw, abbracciò definitivamente Hollywood diventandone indiscusso e rissoso protagonista, potente dominatore del cinema americano degli anni ’50 e ’60. A ben vedere, nonostante il perfezionismo ostentato e il successo costante, i film successivi non sono tra i più belli della storia del cinema: in “Desirée” Brando costruì un improbabile Napoleone a sua immagine e somiglianza, in “Bulli e pupe” provò senza grande convinzione a cantare e ballare, in “Sayonara” (10 nomination) e ne “I giovani leoni” fu soltanto professionale, in “Pelle di serpente” lavorò soprattutto su nevrosi e depressione. Eppure era ormai un modello indiscusso e una garanzia di successo, confermato nel 1962 dal trionfo di “Gli ammutinati del Bounty” nonostante le critiche non tutte benevole. Su quel set incontrò la tahitiana Tarita Teriipia sposata poco dopo.

L’impegno civile a fianco dei lavoratori nella marcia su Washington del 1963, il carattere irascibile e bizzoso, le voci sulla sua bisessualità (come nel caso del tormentato rapporto con James Dean che lo idolatrava) lo videro sempre meno amato dagli Studios. Né giocarono a suo favore una serie di insuccessi come la sua unica regia (il western “I due volti della vendetta” brutalmente massacrato dalla produzione) o il bellissimo “La caccia” di Arthur Penn, contestato per il suo atto d’accusa contro il razzismo. Dopo il clamoroso fallimento de “La contessa di Hong Kong” diretto da Charlie Chaplin nel 1967 il suo declino apparve inarrestabile. Imbolsito, depresso, rintanato nel suo buen retiro a Tahiti, Marlon Brando sembrava finito per sempre. Venne in suo soccorso il cinema italiano con “Queimada” di Gillo Pontecorvo (oggi riscoperto come opera di culto) e “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci che pure Brando accusò di manipolazione fino a una faticosa riconciliazione negli anni ’90. Proprio il carisma costruitogli dal cinema europeo convinse Francis Ford Coppola a battersi contro la Paramount per averlo nella parte di Don Vito Corleone ne “Il Padrino”. Il risultato fu l’Oscar come miglior attore nel 1973. La sua apparizione in scena, in controluce, voce roca e guance cadenti (ottenute con l’ovatta in bocca), un semplice gesto della mano e controllata mobilità dello sguardo rimangono un’insuperata lezione interpretativa.

Eppure “Il Padrino” sembrò il suo canto del cigno: tutto ciò che segue furono apparizioni di puro interesse “alimentare”, dolori privati (il suicidio della figlia Cheyenne) e pubbliche rabbie (la mancata presenza alla cerimonia dell’Oscar in solidarietà coi Nativi americani), fino alla spettacolare resurrezione come Colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”, nuovamente con Coppola alla regia. Poi, in un vortice autodistruttivo, Marlon Brando si trascinò fino alla morte per enfisema polmonare il 1 luglio 2004. Nonostante i molti amori (quattro compagne ufficiali, 11 figli, innumerevoli amanti femminili e maschili), vertiginose salite alla gloria e clamorosi tonfi, nulla scalfisce anche oggi la sua icona di potenza fisica, bravura tecnica, prorompente personalità artistica. Per questo è forse l’unico divo della vecchia Hollywood i cui poster campeggiano ancora nelle camere degli adolescenti e il suo mito gli sopravvive.

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Morto Tim McGovern, Oscar per effetti speciali in Atto di forza

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È morto Tim McGovern, premio
Oscar per i miglior effetti speciali in Atto di forza (Total
Recall). Aveva 68 anni. Ad annunciarlo su social media la moglie
Reena NeGandhi.

   
Il designer era considerato un pioniere degli effetti speciali
e aveva iniziato la sua carriera quando la digitalizzazione
muoveva i primi passi. Il suo lavoro nel film del 1990, diretto
da Paul Verhoeven e con protagonista Arnold Schwarzenegger,
comprendeva gli effetti innovativi utilizzati quando il Quaid di
Schwarzenegger e altri personaggi passano attraverso una sorta
di controllo di sicurezza a raggi X che rivela i loro scheletri.

   
McGovern è stato membro del consiglio della Visual Effects
Society per circa un ventennio, è stato vicepresidente del
consiglio di amministrazione e co-presidente del comitato dei
premi Ves. Di recente ha ricevuto il Ves Founders Award ed è
stato nominato membro onorario a vita.

   
Ha vinto anche diversi premi Clio, il riconoscimento per
l’innovazione e l’eccellenza creativa nella pubblicità, nel
design e nella comunicazione ed è stato membro del comitato
esecutivo del ramo effetti visivi dell’Academy of Motion Picture
Arts and Sciences.

   

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Matrix, 25 anni fa la meta-realtà diventata cult

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“Cerco di aprirti la mente, Neo, ma posso solo indicarti la soglia, sei tu quello che la deve attraversare”. È una delle frasi con cui Morpheus (Laurence Fishburne) guida il ‘prescelto’ Thomas ‘Neo’ Anderson (Keanu Reeves) nella scoperta del mondo reale nascosto da una realtà apparente creata dalle macchine che hanno ridotto l’umanità a una fonte di energia. Un universo tra ricerca di sé e rivolta esplorato da Matrix, il capolavoro di Lana e Lilly Wachowski (che allora non avevano fatto il loro percorso di transizione e si firmavano ancora come Larry e Andy Wachowski) uscito negli Usa 25 anni fa, il 31 marzo 1999. Rifiutato da Cannes, è diventato subito cult e successo globale (oltre 463 milioni di dollari incassati nel mondo e quattro Oscar vinti per montaggio, sonoro, montaggio sonoro e effetti speciali) con il suo mix di fantascienza, action, arti marziali e filosofia, da Platone a Cartesio, da Putnam a Baudrillard. Un viaggio tra libero arbitrio (con la scelta tra la pillola blu e quella rossa, per decidere tra verità o rimanere “nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio”), con richiami sempre più attuali, tra IA e metaverso, che ha avuto tra le molteplici fonti d’ispirazione anche anime come Ghost in the shell, i mondi futuri di Philip K. Dick e il cinema di John Woo. Il film, sostenuto da un ottimo cast che comprendeva oltre a Reeves e Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Gloria Foster e Joe Pantoliano, è diventato il primo capitolo di una saga con Matrix Reloaded e Matrix Revolutions (entrambi del 2003) cui si è aggiunto nel 2021 Matrix Resurrections firmato solo da Lana Wachowski. Un viaggio, quello di Matrix, costruito su come le persone siano “alla ricerca dei significati più profondi della vita da sempre. Non sono mai state contente di ciò che già hanno. L’evoluzione si basa su questa ricerca, sulle domande che hanno o meno una risposta – aveva spiegato Lana Wachowski nel 1999 -. Anche i nostri personaggi sono alla ricerca di risposte”. Lilly Wachowski invece ha precisato in una recente intervista a Them una sua frase di qualche anno fa, sul fatto che Matrix sia un’allegoria trans: “Non abbiamo iniziato a lavorarci dicendoci ‘dai, scriviamo un’allegoria trans’, ma dal voler scrivere un film d’azione – ha detto -. Poi nei fatti è in quella chiave, perché viene da due donne trans che allora ancora non si erano dichiarate e perché esplora il concetto di trasformazione e la ricerca di identità”. Un’armonia di elementi che ha avuto alla base una preparazione lunga (si è iniziato a pensare al film nel 1994) e complessa a cominciare dalla ricerca dei protagonisti: Prima di arrivare a Keanu Reeves per Neo si era pensato a Will Smith (che ha detto no per girare Wild Wild West), ma anche, fra gli altri, a Johnny Depp, Ewan McGregor, Brad Pitt, Nicolas Cage, Val Kilmer (che ha poi rifiutato anche il ruolo di Morpheus, per girare ‘A prima vista’), David Duchovny. Allo stesso modo per l’hacker Trinity, prima di ingaggiare Carrie-Anne Moss la parte era stata offerta, fra le altre, a Sandra Bullock, Madonna. Michelle Yeoh, Janet Jackson e Gillian Anderson. Quando ha letto la sceneggiatura “sono rimasto colpito dalla trama, dalle idee e dal modo in cui la storia è stata raccontata, dal linguaggio, dai dialoghi – ha spiegato Keanu Reeves in un’intervista sul sito dei Golden Globes -. Ho pensato che fosse davvero fantastico. È un film sulle domande, sul risveglio, sulla coscienza, sull’amore, sul sostegno, sulla fede, sull’evoluzione, sul rapporto dell’uomo con le macchine, sul cinema Kung Fu. In senso contemporaneo, presenta le tradizionali figure mitiche classiche dell’eroe, del saggio, dei guerrieri, delle guide, della profezia, dell’oracolo”.

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Netflix riporta Ripley sullo schermo ed è un vero noir

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Con quell’atmosfera languida e oziosa baciata dal sole italiano, la versione del 1999 de Il Talento di Mr.Ripley ha fatto la storia del cinema. È difficile immaginare una trasposizione dei romanzi di Patricia Highsmith all’altezza di quel triangolo ingannevole messo in scena da Matt Damon, Jude Law e Gwyneth Paltrow. Eppure, Ripley, la serie in bianco e nero in arrivo su Netflix il 4 aprile, riesce nell’impresa.
    “Già mentre leggevo le sceneggiature, nella mia testa vedevo tutto in bianco e nero”, ammette Clayton Townsend, uno dei produttori americani che insieme a Searchlight e all’italiano Enzo Sisti stanno dietro il progetto.
    “Io, Steve (Zaillian, regista e scrittore degli otto episodi) e il direttore della fotografia Robert Elswit (premio oscar per Il Petroliere di Paul Thomas Anderson) non abbiamo mai vacillato sull’idea di Steve di girare in bianco e nero – prosegue la nota -. In questo modo, chi guarda si ritrova immediatamente nell’Italia di inizio anni ’60 e nell’umore di un noir”.
    L’attore britannico Andrew Scott (Fleabag, Sherlock e, sul grande schermo, Estranei), interpreta il protagonista Tom Ripley, un abile e ambizioso truffatore, che viene assunto da un ricco industriale newyorchese per andare in Italia e riportare a casa suo figlio. Tom accetta e per lui comincia una spirale di inganni, frodi e omicidi.
    Johnny Flynn (Lovesick, Emma o Stardust, dove ha interpretato David Bowie) interpreta Dickie Greenleaf, il ricco fannullone che Ripley sta cercando di riportare dal padre a New York, mentre Dakota Fanning (The Equalizer, The First Lady) è Marge Sherwood, l’affascinante ragazza di Dickie, la prima a sospettare che sotto l’affabilità di Tom si nascondano motivi più oscuri. Nel cast anche gli attori italiani Maurizio Lombardi e Margherita Buy.
    Tutti gli episodi sono diretti e scritti da Steven Zaillian, sceneggiatore di Gangs of New York e The Irishman di Martin Scorsese; premio Oscar per Schindler’s List e creatore della miniserie giudiziaria “The Night Of – Cos’è successo quella notte?”, con John Turturro e Riz Ahmed. La storia si sviluppa tra Roma, Costiera Amalfitana, Capri, Napoli, Anzio, Palermo e Venezia. “Nel complesso, l’esperienza delle riprese in Italia è stata incredibilmente gratificante. Il talento degli attori, degli artigiani e dei tecnici è di altissimo livello”, dice all’ANSA Townsend, che ha lavorato con Oliver Stone su Nato il quattro luglio, JFK, Natural born killers e più recentemente sulla saga di Fast and Furious e di The Equalizer. “Abbiamo girato in Italia 164 giorni sui 178 di lavorazione totali. Nei restanti 7 eravamo a New York. Abbiamo avuto bisogno di tante location per ricreare i vari ambienti dove si svolge la storia.
    È stato un lavoro meticoloso per il team guidato dal direttore artistico David Gropman, ma ne è valsa la pena”, aggiunge il produttore.
   

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