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CRONACA TUTTE LE NOTIZIE

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Ultimo aggiornamento 21 Dicembre, 2018, 19:42:01 di Maurizio Barra

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DALLE 16:30 ALLE 19:41

DI VENERDì 21 DICEMBRE 2018

CRONACA TUTTE LE NOTIZIE

Storie di giornalisti che si inventano le storie
Non è solo lo Spiegel a dover ammettere di avere pubblicato articoli “gonfiati”. Ma chi sa chiedere scusa ne esce più forte

Ha fatto clamore la notizia proveniente dalla Germania che vede le ammissioni dello Spiegel, una delle voci più autorevoli in territorio tedesco, circa i falsi scoop di Claas Relotius, 33 anni, uno dei suoi giornalisti più famosi, più seguiti, vincitore di numerosi premi di categoria.Purtroppo anche un gran bugiardo. Lo racconta lo Spiegel stesso, nella home page del suo sito, parlando del “punto più basso della nostra storia lunga oltre settant’anni”.Ma Relotius non è l’unico caso nella storia, sono diversi i giornalisti che, per un motivo o per un altro, hanno manipolato materiale e prove a favore di scoop, in certi casi inventandosi di sana pianta la materia prima del loro lavoro.L’uomo che inventava sui computerIl caso certamente più famoso è quello di Stephen Glass, reporter del The New Republic, storico giornale legato all’ala politica liberale statunitense. Siamo alla fine degli anni ’90, il direttore Martin Peretz ha già ricevuto diverse lettere che segnalavano inesattezze riguardo i pezzi scritti da Glass; perfino sua moglie gli aveva detto che aveva smesso di leggere i pezzi del giornalista perché li trovava evidentemente fantasiosi e privi di alcuna credibilità. Ma è solo nel 1998 che Peretz decide di prendere di petto la faccenda.Glass esce con un articolo dove racconta la storia di un giovane genietto dei computer che riesce ad infiltrarsi nella rete informatica di una grossa azienda produttrice di software della California, la Jukt Micronics, e che i dirigenti di tale società, stupiti dalla sorprendente bravura del ragazzo, decidono di assumerlo per garantire la sicurezza del sistema informatico.Un giornalista di Forbes però, incuriosito dall’estrosità della storia, decide di indagare e segnala a Peretz che dopo accurate ricerche non aveva trovato alcuna prova che le persone raccontate nel pezzo, né la stessa Jukt Micronics, esistessero davvero.Glass si giustifica dicendo di essere stato truffato dalle sue fonti, Peretz allora lo sfida ad accompagnarlo nei luoghi che nel pezzo descrive in prima persona e a farlo parlare con il presidente della Jukt Micronics di Palo Alto.I luoghi chiaramente non esistono e la voce del presunto presidente della presunta azienda è in realtà quella del fratello di Glass, che a Palo Alto ci insegna. Le cifre parlano da sole: 27 articoli sui 41 scritti per The New Republic da Glass alla fine si riveleranno totalmente falsi. La storia è talmente appassionante che Hollywood decide di girarci addirittura un film, si intitola L’inventore di favole.Copiare è la più pura forma di ammirazioneAltra storia quella riguardante Jayson Blair, fino al 2003 giornalista del New York Times, una vera e propria istituzione del giornalismo mondiale. Jayson si mette in luce durante uno stage estivo e la sua carriera procede abbastanza velocemente all’interno della redazione; un giorno riceve una chiamata dal proprio editore, insospettito dalla straordinaria somiglianza di un suo pezzo scritto un paio di giorni prima, con un altro pubblicato dal San Antonio Express.Il vaso di Pandora si scoperchia: Blair nei suoi articoli sosteneva di essere in posti dove non aveva mai messo piede, coinvolgeva nei suoi racconti persone che nulla avevano a che fare con le storie delle quali stava scrivendo, copiava interi paragrafi dal Washington Post senza nessuna citazione, si inventava dettagli, testimonianze e indizi.Una volta scoperto venne immediatamente allontanato, aprendo un’altra falla all’interno del quotidiano newyorkese, quella riguardanti i redattori di colore: per molti la rapida carriera di Blair deriverebbe dalla necessità da parte del giornale di rispettare una sorta di “quota nera” tra i dipendenti. Sta di fatto che Blair in seguito si giustificherà dicendo di essere affetto da un disturbo bipolare, scriverà un libro sulla questione che venderà più di un milione e mezzo di copie.

Servizi sospettiIn Italia invece a fare scalpore qualche anno fa fu il caso Mingo, inviato di Striscia la Notizia che avrebbe inventato di sana pianta (e poi rivenduto) ben dieci servizi alla redazione del programma di Antonio Ricci.C’è un processo in corso, ma la tesi accusatoria (e Mediaset si è costituita parte civile) parlerebbe di reati quali truffa, simulazione di reato, falso, calunnia e diffamazione; nei confronti di Domenico De Pasquale, in arte “Mingo”, e di sua moglie Corinna Martino, amministratore unico della “Mec Produzioni Srl”.L’inviato della popolare trasmissione tv per i suoi servizi avrebbe ingaggiato addirittura dei figuranti per rendere il tutto più credibile. Ovviamente è stato allontanato da Antonio Ricci (per lui evidentemente inaccettabile l’idea che proprio Striscia si potesse essere macchiata degli stessi reati che tenta di denunciare) ma la sua carriera, così come ricorda Dagospia, non si sarebbe affatto interrotta; per lui una fiction, spettacoli teatrali e addirittura qualche riconoscimento.A finire a spasso, a quanto pare, il compagno di avventure “Fabio”, che con le accuse non c’entrava nulla.

Due romeni derubavano un anziano e lo costringevano a elemosinare

Schiavizzavano un anziano, facendosi consegnare la pensione e mandandolo a chiedere l’elemosina, anche nei giorni in cui doveva sottoporsi a cure mediche. I due aguzzini, una coppia romana lei di 61 anni e il marito di 64, sono stati scoperti dai Carabinieri della Stazione di Acilia e arrestati.La vittima, un 73enne residente a Roma, era caduto in una trappola architettata da quelli che, un tempo, erano suoi amici e vicini di casa, che in passato aveva anche aiutato economicamente quando stavano attraversando un momento di difficoltà. Ben presto, però, l’aiuto si è tramutato in pretesa, al punto che il 73enne, soggiogato dalla coppia, era costretto a corrispondere loro l’intera pensione.Non solo. I due minacciavano l’intervento di un fantomatico giudice pronto a fargli perdere la titolarità del suo appartamento e non avesse pagato regolarmente. Non bastasse ciò, la coppia aveva costretto l’anziano ad andare a chiedere l’elemosina di fronte ad una farmacia di Acilia, le cui somme venivano giornalmente ritirate dai due.

Perché Ansa e Askanews sono in scioperoLe due agenzie di stampa fermano le trasmissione rispettivamente per uno e due giorni. Sullo sfondo la difficoltà del settore e di rilancio nonostante i sacrifici chiesti alle redazioni

Due importanti agenzie italiane sono in sciopero. L’Ansa riprenderà le trasmissioni alle 7 di sabato 22 dicembre, mentre Askanews resterà ferma fino a domenica. La protesta è dettata da ragioni diverse che poggiano sulla stessa base: la crisi del settore e la difficoltà degli editori a farvi fronte.Il comitato di redazione (l’organo sindacale interno) dell’Ansa contesta la scelta dell’azienda di non reintegrare l’organico redazionale al termine del piano di crisi che ha consentito il raggiungimento dell’equilibrio di bilancio. “Il Cdr – consapevole della gravità del quadro generale del mondo dell’editoria – ritiene comunque imprescindibile, anche alla luce dei nuovi prodotti che la redazione si appresta a realizzare, che il tema dell’organico venga urgentemente affrontato” si legge di una nota che parla anche di “anni di sacrifici che hanno decimato il corpo redazionale”, di logica dei soci editori “improntata al mero contenimento dei propri costi al di fuori di una prospettiva di sviluppo” e dell’agenzia come “bene pubblico per il Paese”.Sul fronte Askanews la situazione è più complessa: i due giorni di sciopero sono stati proclamati per protestare contro l’ipotesi di ricorso al concordato preventivo all’ordine del giorno del Consiglio di amministrazione del 24 dicembre e contro la dichiarazione di 27 esuberi presentata dall’azienda dopo il taglio di dieci giornalisti (in gran parte prepensionamenti), cinque mesi di cassa integrazione al 50% e un contratto triennale con la Presidenza del Consiglio firmato ad agosto.La Federazione nazionale della Stampa italiana ha espresso “pieno sostegno a tutti i giornalisti dell’agenzia Ansa” e denuncia che “l’azienda viene meno agli impegni assunti in sede di sottoscrizione del piano di ristrutturazione e rinuncia a qualsiasi progetto di sviluppo condannando l’agenzia ad una progressiva e preoccupante marginalità”. L’Fnsi ha anche chiesto che l’editore di Askanews, Luigi Abete, si assuma le proprie responsabilità evitando colpi di mano, peraltro alla vigilia di un tavolo di confronto sindacale già convocato alla ripresa dopo le festività natalizie.Solidarietà ai redattori di Askanews è stata espressa dal gruppo del Pd della Camera e dalla Cgil.

Il coding come strumento integrazione, Molengeek sbarca in ItaliaA Padova la prima filiale del progetto di Ibrahim Ouassari che a Molenbeek, comune poco lontano da Bruxelles noto ai più per aver dato i natali agli attentatori del Bataclan, ha avviato un corso aperto

Può il coding (tradotto, lo scrivere i “codici” che stanno alla base di programmi, applicazioni e siti) risolvere i problemi dell’integrazione? Ci sta provando da due anni Ibrahim Ouassari che a Molenbeek, comune belga poco lontano da Bruxelles noto ai più per aver dato i natali agli attentatori del Bataclan e a molti altri radicalizzati, ha aperto “Molengeek”, crasi tra Molenbeek e “geek”, termine usato per indicare chi ha una spiccata inclinazione per le nuove tecnologie. Gli ingredienti del progetto sono pochi ma semplici: porte sempre aperte, corsi di formazione su coding e digital gratis, scrivanie e wifi utilizzabili da chiunque. Ora, grazie ad un gruppo di imprenditori padovani (tra cui Matteo Dalla Libera, presidente, 41 anni, e Francesco Zanchin, vicepresidente, 43) Molengeek apre la sua prima “filiale”. E lo fa a Padova, in via Trieste, cuore della Padova multietnica dove gli italiani residenti si contano nelle dita di due mani, in un open space sfitto da sei anni, tra una macelleria halal e un locale ormai abbandonato. Techestation, questo il nome della sede padovana, è ad oggi l’unica sede al mondo a replicare il modello di Molengeek.

“Quello che sta alla base di Techstation – ha spiegato Francesco Zanchin – è la condivisione del sapere, il dare un vantaggio a chi cerca un lavoro e magari non ha mezzi o competenze, l’offrire una alternativa a chi non si riesce ad inserirsi nelle dinamiche “tradizionali” del lavoro”. Il progetto, che a Bruxelles vede il coinvolgimento anche di Google e Samsung, ha visto per la sede padovana l’immediata adesione di Banca Etica, Associazione Mimosa (attiva nell’integrazione delle persone in stato di emarginazione sociale e in particolare delle vittime di sfruttamento sessuale) oltre a molte altre realtà che si occupano del recupero della zona.”Ad oggi abbiamo l’appoggio del centro di formazione Ifoa e siamo arrivati primi in un bando europeo denominato INN Veneto – ha spiegato Simone Carpanese, responsabile della formazione –  abbiamo già iniziato con i primi “cicchetti digitali”, incontri molto veloci dove si danno nozioni di coding e di digital marketing. Ma da gennaio inizieranno i corsi veri e propri e tratteremo anche di imprenditoria, business model, gestione di una Partita Iva. Tutto completamente gratis”.

Rendere anonimi i dati degli smartphone è praticamente impossibile, dice Carlo RattiIl direttore del Senseable City Lab di Boston: “Abbiamo verificato che pur avendo a che fare con due database anonimi non è difficile unirli”. Cosa sono e come interagiscono i ‘location stamps’

I dati “anonimizzati” prodotti dai nostri smartphone non sono così anonimi come speravamo. Risalire all’identità della persona da cui provengono alcune informazioni seminate dai dispositivi digitali non è insomma molto difficile. L’allarme arriva dal Mit di Boston dove un team di ricercatori, di cui fa parte anche l’italiano Carlo Ratti, ha provato a incrociare due diversi database di dati anonimizzati, cioè privi di informazioni che colleghino direttamente a un individuo, dimostrando che proprio dal loro mescolamento è possibile risalire all’identità dell’utente.Dalla (anonima) geolocalizzazione ai dati della carta di creditoI ricercatori del Mit hanno analizzato 485 milioni di dati raccolti da un operatore mobile di Singapore, prodotti da 2 milioni di utenti, incrociandoli con altri 70 milioni relativi ai movimenti delle persone in città. “Alla fine abbiamo verificato che, pur avendo a che fare con due database anonimi, non è difficile unirli”, le parole dell’architetto e ingegnere Carlo Ratti. Torinese di origine, dove ha fondato lo studio Cra aperto poi anche a New York, oggi Ratti dirige il Senseable City Lab al MIT di Boston.“Come utenti di dispositivi digitali produciamo dati in ogni momento – spiega Ratti – ogni volta che inviamo un messaggio, facciamo una chiamata, usiamo i social network, finalizziamo un acquisto online o usiamo una qualunque altra app lasciamo delle tracce in rete. In quasi tutti questi casi si tratta di dati che contengono informazioni sull’ora e sulla nostra posizione”. Sono quelli che al Mit hanno chiamato “location stamps”, cioè informazioni che includono coordinate geografiche e orario, e che rappresentano la chiave per identificare una persona.

infatti, non è difficile ricostruire a posteriori il percorso fatto da qualcuno: grazie a un algoritmo, al Mit i ricercatori sono riusciti a trovare i location stamps uguali presenti in entrambi i dataset. “Non credo ci sia più di una persona al mondo che due settimane fa è passata all’indirizzo del mio studio di Torino, il giorno dopo ha lasciato una traccia all’aeroporto di Dubai, poi alla sede del MIT a Singapore, e la sera in un ristorante italiano nella zona di Gardens by the Bay  – spiega Ratti -. Quella persona sono io. Se ho lasciato tracce digitali in quei posti, tramite una app o carta di credito, anche se quei dati sono anonimi possono essere messi insieme”.Una volta compreso il percorso di una persona e con i dati de-anonimizzati a disposizione, le possibilità di trovare nome e cognome dell’utente sono piuttosto alte: “Se io in quel momento ho lasciato un messaggio su Twitter – aggiunge Ratti proseguendo l’esempio precedente – allora il mio account può essere usato per de-anonimizzare altri dati, svelando chi ha fatto quelle azioni, e accedere a informazioni sensibili come i numeri della carta di credito”.“No al monopolio di dati”I risultati del Mit fanno riflettere: con i dati raccolti in una settimana i ricercatori sono riusciti a trovare corrispondenze nel 17% dei casi, un tasso che sale al 55% con quattro settimane di dati e sfiora il 95% in meno di tre mesi. “Qualche tempo fa nella Silicon Valley ho sentito dire che da quando maneggiamo gli smartphone la privacy è morta: soltanto che in molti non se ne sono ancora accorti”, commenta Ratti. La questione chiave da affrontare oggi, secondo l’architetto torinese, è l’asimmetria delle informazioni e del possesso dei dati: “Le grandi aziende e i governi sanno molto di noi, mentre noi spesso sappiamo pochissimo persino dei dati prodotti da noi stessi. Dobbiamo trovare soluzioni per evitare il pericolo di monopoli di dati o di un loro uso improprio”. In che modo? Aumentando la consapevolezza tra gli utenti, innanzitutto: “L’opinione pubblica può influenzare le decisioni del legislatore – commenta Ratti – e per il futuro credo sia fondamentale rendere i dati diffusi e aperti”.

Lodi: Comune si adegua a Tribunale, torna uguaglianza in mensa

Il Comune di Lodi ha cancellato le modifiche al regolamento che rendevano piu’ difficile ai cittadini extra comunitari di accedere ai servizi agevolati, come la mensa. L’amministrazione guidata dal sindaco leghista Sara Casanova si adegua alla decisione del Tribunale di Milano. Su quello che è stato definito ‘il caso Lodi’ si puo’ ‘scrivere’ la parola fine, almeno per adesso. “Con una votazione terminata all’alba di stamattina (alle 4.55)  il Consiglio Comunale di Lodi ha dato adempimento all’ordine del Tribunale di Milano e azzerato le modifiche al regolamento che imponevano ai cittadini stranieri la presentazione di documentazione aggiuntiva dei paesi di origine per accedere alle tariffe agevolate per le prestazioni sociali” come spiegano le associazioni che hanno seguito la vicenda fin dal primo momento, il Coordinamento Uguali Doveri, Asgi e Naga.  Le modifiche agli articoli 8 e 17, che erano state introdotte nell’ottobre 2017, sono state integralmente cancellate e la  situazione è quindi tornata ad essere quella che  è sempre stata: ciascun cittadino di Lodi potrà accedere alle tariffe sulla base del proprio ISEE e italiani e stranieri  tornano ad essere trattati in maniera uguale: uguali nel dovere di fornire alla pubblica amministrazione tutte le notizie richieste sui loro redditi e patrimoni; uguali nella soggezione a verifiche, ma uguali prima di tutto nel diritto di accedere alle prestazioni sociali senza essere vittime di pretese irragionevoli  e, soprattutto, contrarie alla legge dello Stato.

Ostia: racket case popolari,appello conferma metodo mafioso clan Spada

emesse in primo grado nei confronti di sette componenti del clan Spada, uno dei più influenti sul litorale romano di Ostia, con l’aggravante del metodo mafioso nel processo legato al racket delle case popolari. Gli imputati rispondevano a vario titolo di minacce, violenze, sfratti forzosi da alloggi popolari oltre che di un episodio gambizzazione per affermare la supremazia del clan sul territorio di Ostia.

Per Grillo il Pandoro è come il Pd, il M5s più come un panettoneA “Un giorno da pecora” il ministro della Salute ha definito il dolce veronese un dolce senz’anima, mentre il panettone è “più saporito”

“Tra panettone e pandoro preferisco il primo tutta la vita, perché il pandoro, diciamolo, è senz’anima secondo me. Un po’ come il Pd… sì, senza sostanza. Che quando lo mangi ti rimane un po’ pesante…”. Le parole del ministro della Salute Giulia Grillo, ospite della trasmissione radiofonica “Un giorno da Pecora” su Rai Radio 1, secondo cui tra l’altro “il panettone è più simile al M5S, è più saporito…”, hanno scatenato le polemiche, soprattutto, come ovvio, dal Nord: il sottosegretario alla P.A.Mattia Fantinati, veronese, peraltro compagno di partito della Grillo, ha replicato su Twitter: “Cara Giulia, avrai mangiato qualche pandoro tarocco, ma non ti preoccupare. Quando verrai a Verona saremo felicissimi di farti assaggiare l’originale che ci invidia tutto il mondo!”. Pronta la replica del ministro: “Non vedo l’ora di cambiare idea. E comunque, pandoro o panettone purché sia sempre #madeinitaly”.

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Quanto soffrono davvero gli animali nei circhi? Un’inchiesta
Entro il 27 dicembre il governo italiano dovrà decidere sul divieto definitivo di utilizzo di elefanti, orsi e felini negli spettacoli circensi. Una decisione attesa da molti anni, non solo dalle associazioni animaliste. Gli studi che hanno portato a questo bivio, un’indagine in tre puntate. 1) le tesi scientifiche

Il Governo Italiano ha tempo fino al 27 dicembre per emanare un provvedimento che vieti l’impiego di animali negli spettacoli circensi. Il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli si è espresso dalla sua pagina Facebook scrivendo “So che il desiderio di molti di voi è che gli animali non vengano più usati negli spettacoli circensi. È un desiderio che condivido anche io e che diventerà realtà nel più breve tempo possibile. È una delle mie priorità”.Una dichiarazione forte, decisa, inequivocabile e che, sulla carta, mette d’accordo coloro che hanno a cuore il benessere degli animali. Il circo li sfrutta, li espone a proprio vantaggio economico impegnandoli in un intrattenimento anacronistico mentre li sradica dal loro habitat naturale; questa è l’idea che la maggior parte delle persone si sono fatte, certamente in Italia, negli anni. Lo conferma un Rapporto Eurispes: gli italiani che non vogliono più vedere animali nei circhi arrivano al 70%.Ma gli animali all’interno dei circhi stanno poi così male? Le associazioni animaliste di tutto il mondo ritengono la battaglia per la dismissione degli animali dai circhi assolutamente prioritaria, ma quali studi sono stati fatti per stabilire con certezza scientifica, appunto, che gli animali nei circhi non godono di un benessere sufficiente?

Nel 2016 il Governo Gallese decise di analizzare la letteratura scientifica per valutare la dismissione degli animali dai circhi, insomma fare quella che tecnicamente viene chiamata “Review”; per realizzarla venne ingaggiato un professore dell’Università di Bristol, Stephen Harris. Al termine del lavoro verrà pubblicato “The welfare of wild animals in travelling circuses”, un testo sul benessere degli animali impegnati nei circhi considerato definitivo. Talmente definitivo da essere utilizzato per una campagna pro dismissione degli animali dai circhi anche dall’Eurogroup For Animals, che è qualcosina in più di una normale associazione pro animali, una vera e propria organizzazione fondata nel 1980 con sede a Bruxelles che coordina e rappresenta fin dentro le stanze dei bottoni dei palazzi dell’Unione Europea tutte le più importanti associazioni animaliste europee. Compresa l’italiana LAV (Lega Anti Vivisezione), attraverso l’Intergroup on the Welfare and Conservation of Animals, un gruppo di parlamentari senza bandiera che portano avanti le tesi animaliste con proposte di legge, manifestazioni e interrogazioni parlamentari.Un report imprescindibileNon è un caso quindi se molti governi, compresa l’Italia, si siano riferiti a questo report per prendere importanti decisioni circa la loro politica in riferimento alla dismissione degli animali dai circhi. In Europa lavorano più di 300 circhi, una vera economia in movimento, un’arte, quella circense, salvaguardata addirittura dall’UNESCO, e che si troverebbe a lasciare sulla strada una lunga sfilza di disoccupati se fosse costretta per legge a non utilizzare più animali.

La ricerca di Harris in realtà si rifaceva ad un altro report, redatto nel 2006 (poi aggiornato due volte) e commissionato al professore da parte della RSPCA, Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals, nota e influente associazione animalista inglese da sempre contraria ai circhi. La neutralità delle ricerche portate avanti dal professore però, come ricorda il Telegraph, venne messa in dubbio già nel 2015 quando si scoprì – che Paul Tilsley – capo investigazioni presso la League Against Cruel Sports, una influente associazione animalista impegnata principalmente contro la caccia – è un suo amico di vecchia data. In qualità di perito, Harris testimoniò e fece condannare sette persone per reati legati alla caccia alla volpe. La sua carriera di perito subì quel giorno un colpo durissimo. Messa da parte la difesa delle volpi, Harris cominciò a concentrarsi sui circhi.L’interesse di Harris per i circhiLa RSPCA cercava qualcuno che potesse apporre la firma su un report che finalmente dimostrasse quanto gli animali soffrano a vivere (“lavorare” non è un termine troppo preciso) nei circhi. Qualche anno prima la stessa associazione animalista aveva ingaggiato con lo stesso obiettivo un’altra scienziata, la dottoressa Marthe Kiley-Worthington, famosissima per i suoi studi sugli elefanti ma soprattutto per le sue idee fortemente animaliste, ma purtroppo la ricerca non aveva dato i frutti sperati.La Worthington infatti, dopo essersi aggregata due anni ad un circo del Regno Unito, giunse alla conclusione che “il benessere degli animali nei circhi, giudicati su criteri fisici e psicologici, non è così inferiore rispetto a quello di altri sistemi di detenzione degli animali come gli zoo, le stalle, i canili… Per questo è irrazionale prendere una posizione contro i circhi basandosi sull’idea che gli animali soffrano per forza di cose, a meno che non si prenda la stessa posizione contro gli zoo, le stalle, le scuderie, i canili, gli animali da compagnia e tutti gli altri sistemi che concernono la custodia degli animali da parte dell’uomo”, e la stessa ricercatrice lo dice in una conferenza stampa organizzata a marzo a Palazzo Madama.

Durante la stessa conferenza raccontò che quando si presentò alla RSPCA con i suoi risultati, a quelli dell’associazione “stava venendo un infarto”; è allora probabilmente che si siano accorti di aver commesso un errore e ripromessi di scegliere con maggiore accuratezza in futuro gli scienziati da ingaggiare, così anni dopo decisero di rivolgersi a Harris, che stilò il suo rapporto, “Are wild animals suited to a travelling circus life?”, sotterrando nel dimenticatoio quello della dottoressa Kiley-Worthington, che diventerà poi un libro fondamentale per l’antologia sul tema, senza alcun supporto editoriale da parte della RSPCA.Una credibilità assolutaÈ così che Stephen Harris si guadagnò credibilità sul campo, una credibilità che lo porterà, appunto, a compilare un documento per il governo gallese che poi influirà sulle scelte politiche riguardo l’argomento operate da mezza Europa. E per farlo si fa aiutare da Jo Dorning, una sua allieva specializzanda e Heather Pickett che, come descrive lei stessa benissimo sul suo profilo Linkedin, con la scienza ci azzecca pochissimo, ma scrive: “Sono abile nel mettere insieme le prove scientifiche chiave per costruire un caso persuasivo per campagne efficaci, raccolta fondi e lavoro di advocacy. Il mio lavoro è stato determinante nel raggiungimento del cambiamento delle politiche a livello di Regno Unito e Unione Europea”.Quando questo nuovo lavoro viene fuori diventa la verità assoluta sul mondo degli animali nei circhi. Fino al giorno in cui chiede la parola uno scienziato americano, Ted Friend, per 38 anni docente presso il Dipartimento di Scienze Animali della Texas A & M University e nominato Umanitario dell’anno nel 1986 dall’Animal Protection Institute per le sue ricerche sui problemi relativi al benessere dei vitelli a carne bianca allevati in gabbie strette; Ted Friend  ha una lunghissima esperienza per quanto riguarda i circhi, oltre alle numerose pubblicazioni in merito anche nove anni di ricerche sul campo dei circhi e spettacoli viaggianti americani per conto dell’USDA APHIS Animal Care.

Insomma un’autorità in materia. Lo stesso professor Harris nel suo report cita i suoi studi diverse volte. Peccato che il professor Friend non la pensi affatto come lui, anzi, le sue ricerche sul campo studiando tutte le eventuali cause di stress degli animali – i trasporti da un luogo all’altro, l’alimentazione, il comportamento durante lo spettacolo e poi durante la vita quotidiana – lo hanno portato addirittura a pensare che il rapporto con l’essere umano, il loro allenatore e i relativi esercizi per montare lo show, potrebbero avere un effetto benefico sull’animale. Chiaramente parliamo di un animale che nasce, cresce e si riproduce, così come succede dalla fine dell’800, in quell’ambiente o in allevamenti specializzati.Le tesi di Ted Friend ribaltano quelle di HarrisPer intenderci, parliamo di quei circhi che rispettano in maniera impeccabile fino all’ultimo cavillo legislativo. Ma Harris e Friend non è la prima volta che si incontrano, era già successo dopo la pubblicazione del lavoro di Harris commissionato dalla RSPCA, che aveva creato non pochi dibattiti all’interno della comunità scientifica specializzata in materia, questo ha portato il Department of Environment Food and Rural Affairs (Defra), un anno dopo, siamo nel 2007, a istituire un comitato di super esperti (tra i quali ovviamente lo stesso prof. Friend) per “fornire e considerare le prove scientifiche relative alle esigenze legate al trasporto e alloggio delle specie non domestiche”, il team che è stato convocato per la redazione di quello che verrà chiamato “Rapporto Radford” è stato volutamente composto da sei accademici dei quali in partenza tre erano contro gli animali nei circhi e tre a favore; proprio per non fugare alcun dubbio circa l’equità dello studio.

Come scrive lo stesso Friend, “nel Radford Report abbiamo concluso che non esistono prove scientifiche per giustificare un divieto degli animali del circo basandosi sulla valutazione del benessere animale”, con buona pace delle tesi sostenute fino ad allora dalla RSCPA. La reazione di Friend, dunque, quando capisce che la valutazione scientifica sulla quale si sta basando la politica europea per una scelta così importante, è messa in discussione, è quantomeno irritata: “Il Prof. Harris è riuscito a ignorare sia lo studio di Marthe Kiley-Worthington che il Radford Report, oltre che sei delle mie ricerche pubblicate in riviste scientifiche peer-review. Durante i miei oltre quarant’anni di ricerca, non ho mai visto nessuno che abbia deliberatamente omesso articoli peer-review o i maggiori libri sull’argomento. Questa tattica deliberata di abuso del “metodo scientifico” nella mia Università avrebbe causato un licenziamento”.

Nel 2016, quando il Galles commissiona ad Harris la ricerca lui risulta docente, come già detto, presso l’Università di Bristol, ma quando lo studio viene pubblicato e comincia a suscitare i primi dubbi, accade un fatto inaspettato: Harris viene mandato improvvisamente in pensione.La discussione scientifica sulla quale poggiano le scelte di molti Stati è ferma a questo match tra diversi rapporti scientifici. Le tesi a sostegno del malessere provato dagli animali impiegati negli spettacoli si confrontano e scontrano con altre, secondo le quali, come detto, la condizione fisica e psicologica di animali nati e cresciuti in cattività all’interno di compagnie circensi non sarebbero peggiori di quelle vissute negli zoo, anzi. E ancora, che ne sarebbe degli animali che eventualmente venissero ‘dismessi’ dai circhi? Dove andrebbero a finire? Sarebbero trattati con lo stesso rispetto e passione di ci li ha cresciuti per i propri spettacoli?Una decisione complessaL’Italia a giorni potrebbe svoltare sulla questione circhi e colpire duramente una categoria di lavoratori già massacrata dalla scarsa attenzione del pubblico e dalla diminuzione dei contributi pubblici (i circhi godono dell’1,5% del FUS, non tantissimo). Chiaramente non si può non pensare e specificare che qualsiasi attività legata ai circhi non rispetti al dettaglio ogni forma di legge a salvaguardia della sicurezza di personale, pubblico e animali, debba essere punita con severità; ma è anche vero che scelte così decisive devono necessariamente essere supportate da studi scientifici inattaccabili. Gli italiani sono in grande maggioranza a favore della ‘dismissione’ degli animali. E questa sarà probabilmente la decisione anche del governo gialloverde.Ted Friend ha anche scritto una lunga lettera ai politici italiani; lettera che si conclude con queste parole: “Spero sinceramente che il popolo italiano sia più razionale e informato per quanto riguarda il processo decisionale e sia in grado di resistere alla pressione esercitata dalle advocacy animaliste, molto più di quanto non sia accaduto in America”.

Terremoto: scossa sismica di magnitudo 3.6 tra Umbria e Marche| 21 dicembre 2018,19:26

Una scossa sismica di magnitudo 3.6 è stata avvertita tra l’Umbria e le Marche questo pomeriggio. L’epicentro, si legge sul sito dell’Ingv, è stato localizzato ad Apecchio, in provincia di Pesaro-Urbino, a una profondità di 10 chilometri.

“Verità su Emanuela”, appello al Papa del fratello della Orlandi

“Papa Francesco ci aiuti a fare emergere la verità su Emanuela”. E’ l’appello che rivolge al Papa, in occasione del Natale, Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, la ragazza scomparsa nel 1983. “Mi auguro – afferma Orlandi

– che durante i suoi messaggi natalizi Bergoglio ricordi anche questa cittadina vaticana, scomparsa da 35 anni. Sarebbe bello se lui potesse prendere una posizione su questa vicenda, dare le risposte che la famiglia e l’opinione pubblica attendono da tanti anni. Insomma, mi aspetto un’azione di buona volontà”, dice Orlandi.
“Questo atteggiamento di silenzio del Vaticano aumenta i dubbi sulla Chiesa, contribuendo a renderla sempre meno credibile”, rileva Orlandi spiegando come questo “muro di gomma” sia in contraddizione con “le parole che Francesco ha ripetuto in alcuni suoi interventi, quando ha affermato ‘chi sa e non parla è complice’. Spero che valga anche per questa vicenda. Invece – continua – chiedo da tempo un incontro, su cui ho garantito riservatezza e invece non ho avuto risposta. Anzi – rimarca – in Vaticano mi dissero che ‘su questa storia c’è chiusura totale’.”

Non solo. “Ho chiesto, insieme al mio avvocato, di poter visionare il fascicolo su Emanuela, ma nulla di fatto. Stesso diniego alla mia richiesta di aprire una inchiesta interna”. Orlandi chiede a papa Francesco “un intervento onesto. Superi l’ipocrisia che c’è sul caso. Si metta una mano sulla coscienza e ci aiuti ad arrivare alla verità”, conclude.

Sciopero dei medici il 25 gennaio

I sindacati dei medici del Servizio sanitario nazionale tornano sul piede di guerra contro il governo, con un nuovo sciopero il 25 gennaio e una seconda giornata di stop “entro la prima settimana di febbraio”. Lo comunica in una nota l’Intersindacale, che raccoglie le maggiori sigle del comparto della dirigenza medica del Ssn. I sindacati “ribadiscono la bocciatura alla legge di bilancio 2019” e sottolineano che “la protesta si rende necessaria a fronte delle “deludenti risposte” alle precise richieste della categoria:
1) Un finanziamento del Fondo sanitario nazionale 2019 – scrivono i sindacati – che preveda le risorse indispensabili per garantire i nuovi Lea ai cittadini e per onorare i contratti di lavoro scaduti da 10 anni. E’ intollerabile mettere in competizione, su risorse insufficienti, il diritto alla cura dei cittadini e quello ad un dignitoso contratto di lavoro per i professionisti che quelle cure devono erogare;

2) Il superamento, alla firma del Ccnl, del congelamento al 2016 del trattamento accessorio posto dalla legge Madia, restituendo la Retribuzione Individuale di Anzianità dei dirigenti pensionati, patrimonio contrattuale irrinunciabile delle categorie, ai fondi aziendali per assicurare la completa remunerazione del disagio lavorativo e la progressione di carriera alle nuove generazioni di professionisti.3) La cancellazione dell’anacronistico blocco della spesa per il personale della sanità, fissato al dato 2004 ridotto dell’1,4%, per facilitare il turnover del personale aprendo una grande stagione di assunzioni nel Ssn in grado di fare fronte nei prossimi 5 anni al pensionamento del 40% dei medici, veterinari e dirigenti sanitari attualmente operanti come dipendenti nel Ssn, completando altresì i percorsi di stabilizzazione dei precari della Dirigenza, avviati con la legge Madia, ma ancora disattesi in molte Regioni;4) La difesa dalla libera professione intramoenia, diritto inalienabile della dirigenza medica e sanitaria del SSN, sancito da leggi e contratti e strumento fondamentale per garantire ai cittadini la libera scelta di un professionista e per contribuire all’abbattimento delle liste d’attesa;5) La previsione di un finanziamento adeguato per i contratti di formazione post laurea specialistici portandoli a 9.500 per anno, svuotando in questo modo il limbo formativo in cui sono ingabbiati 10 mila giovani medici che non riescono ad accedere ad un percorso formativo.”La protesta comprenderà altre iniziative, anche di carattere giudiziario, nei confronti di chi intende disattendere la sentenza della Corte Costituzionale in tema di diritto ad avere un contratto di lavoro – evidenzia la nota dell’Intersindacale – Non intendiamo, inoltre, rinunciare alla decorrenza degli incrementi contrattuali prevista dalla normativa vigente e confermata anche dalla Ragioneria generale dello Stato”.La prima giornata, il 25 gennaio 2019, è stata proclamata da Anaao Assomed, Cimo, Fp Cgil medici e dirigenti Ssn, Federazione veterinari e medici, Fassid (Aipac-Aupi-Simet-Sinafo-Snr), Cisl medici, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials medici, Uil Fpl coordinamento nazionale delle aree contrattuali medica, veterinaria sanitaria.

Assolto Cangialosi, morte di Matilda resta un mistero

Resta senza un colpevole la morte di Matilda. E’ stato assolto Antonio Cangialosi, l’uomo accusato di omicidio preterintenzionale per il decesso della bimba di 22 mesi, che ha perso la vita il 2 luglio 2005 nella villetta di Roasio nel vercellese, in seguito a un trauma alla schiena che le procurò gravi lesioni agli organi interni e una violenta emorragia. Lo ha deciso la Corte d’Assise d’Appello di Torino. Nel dicembre 2016 l’uomo era stato assolto,  con rito abbreviato, per non aver commesso il fatto.
L’uomo, già prosciolto una prima volta, era nuovamente finito sul banco degli imputati dopo che la Cassazione aveva annullato la decisione del gip di non doversi procedere nei suoi confronti, accogliendo il ricorso dei legali della mamma della piccina. La donna era stata assolta nel 2012 in via definitiva. E i suoi legali avevano presentato ricorso, accolto dalla Cassazione, contro la decisione del gip di non processare l’ex compagno. La morte della piccola, a 13 anni di distanza, resta un mistero. “Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza, dopodiché faremo ricorso in Cassazione” ha detto Roberto Scheda, avvocato di Elena Romani, che si è costituita parte civile nel processo in Corte d’Assise d’Appello di Torino per la morte della figlioletta. “Il peccato originale di questa vicenda – aggiunge – va ricercato all’inizio, nel non aver mandato a giudizio entrambi contemporaneamente”.       [print-me title=”STAMPA”]

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