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SPETTACOLI CINEMA MUSICA CULTURA

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Ultimo aggiornamento 30 Giugno, 2019, 12:01:14 di Maurizio Barra

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DALLE 10:37 DI SABATO 29 GIUGNO 2019

ALLE 12:01 DI DOMENICA 30 GIUGNO 2019

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Convince Don Giovanni da regia Strehler
Prima al Lirico, diretta da Daniela Zedda con il maestro Korsten

CAGLIARI29 giugno 2019 10:37

– Malizie, giochi di parole, allusioni: rivivono sul palco del Teatro Lirico di Cagliari le seduzioni di “Don Giovanni”. La prima del capolavoro mozartiano, su libretto di Lorenzo Da Ponte, incentrato sulle vicende del “Giovane cavaliere estremamente licenzioso” è andata in scena tra gli applausi. In un carosello di amori, disamori, incontri, abbandoni. Il dramma giocoso, in cartellone fino al 24 luglio, per tredici serate, ritorna sul palco del Lirico di Cagliari dopo 14 anni con la ripresa della regia di Strehler dalla mano di Daniela Zedda che ha alleggerito con garbo.
Un allestimento imponente, evocativo, efficace e raffinato che mette in risalto la meravigliosa complessità di un’opera pienamente settecentesca ma già in nuce capace di evocare i tormenti di uno spirito inquieto. Quello di Don Giovanni, interpretato da Nicola Uliveri. Il suo è un canto sempre preciso, elegante, di gran gusto. Un Don Giovanni sempre signorile e sicuro anche quando il Commendatore lo fa precipitare negli inferi.
Energica la lettura del maestro Gérard Korsten, forte della presenza della compagine orchestrale. Convincono le scene di Cristian Demuro, come i costumi di Marco Nateri, le luci di Alessandro Verazzi e la coreografia di Luigia Frattaroli. Risolve molto bene il ruolo Marco Ciaponi (Don Ottavio), bella voce, morbida e ordinata. Per lui è partito dal pubblico un “bravo” dopo un’aria non di semplice interpretazione. Cantante di grande classe Monica Bacelli (Donna Elvira), bellissima vocalità e ottima presenza scenica. Cristian Saitta è Il Commendatore); Heather Engebretson Donna Anna); Daniele Terenzi (Leporello). Applausi per tutti.
Don Giovanni è un anti-eroe moderno, un archetipo dell’inquietudine e dello spirito libertino, amante delle donne, maestro di seduzione che fino alla fine sfida la morte per poi precipitare in un inferno gelido per l’eternità, tra lo smarrimento e il sollievo dei suoi nemici.

Heti disvela i timori della maternitàIronia e dramma d’una donna che si chiede perché fare un figlio

29 giugno 201915:17

– SHEILA HETI, ‘MATERNITA” (SELLERIO, pp.290 – 16,00 euro – Traduzione di Martina Testa).
Non può non esserci molto di personale in questa lunga riflessione, confessione, autoanalisi che l’io narrante conduce per quasi trecento pagine sul proprio essere giunta a una svolta cruciale della vita, della vita di una donna che, alle soglie dei 40 anni, comincia a interrogarsi ossessivamente se debba cominciare a pensare ad avere un figlio, ma anche lievemente, drammaticamente e ironicamente insieme, sempre si direbbe con una bella dose di sincerità, in cui confluiranno pure confronti, esperienze e confidenze di amiche coetanee, tutte alle prese con tale dilemma se un figlio non l’hanno già fatto.
Tutto quindi abbastanza ‘vero’ se fin dall’inizio si avverte che i risultati di lanci di monete per consultare l’I Ching (è anche questo uno dei modi per cercare di darsi delle risposte su un problema) ”sono tutti derivati da veri lanci di monete”.
Eppure Sheila Heti persona in queste pagine ha poca importanza, qui prende corpo la sua scrittura, ed è questa che procedendo, crescendo su se stessa, prendendosi ora sul serio ora meno, ma senza mai mollare la presa di un equilibrio (precario?) tra ragione e sentimento, riesce a trasmettere anche a un lettore di sesso non femminile una sua urgente verità. Siamo davanti a una donna che (come ha sempre confessato la scrittrice) da giovane si era scelta come modello Henry Miller e aveva deciso di eguagliarne, più che lo stile letterario, quello esistenziale, buttandosi via giorno dopo giorno in una vita dissoluta, in una sfida di sopravvivenza dolorosa ed esaltante, fino al momento che il cosiddetto orologio biologico si fa sentire. Se in precedenza ha abortito o ha preso più volte la pillola del giorno dopo, ecco ora il proporsi dell’interrogativo essenziale, che però non ha una possibile risposta univoca. Anzi. Se in passato l’avere figli era stato un gesto praticamente naturale e necessario, oramai era diventato invece un fatto culturale e sentimentale assieme, e come tale poco chiaro, di difficile risoluzione: ”Se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa”. A questo rebus si aggiungono una serie di altri candidi interrogativi contrastanti, perché la protagonista, divorziata, si chiede se fare un figlio con l’attuale compagno Miles e si risponde di no, come poi si risponde di sì all’idea che un figlio comunque lo vorrebbe, ma non si sente di lasciare Miles come allora dovrebbe fare. In più lei è ebrea e come tale, dopo quel che è accaduto nel secolo scorso, dovrebbe affrontare positivamente la vita e aiutare a ridar vita al popolo ebraico. O forse invece è il contrario che bisognerebbe fare? Con Miles, che una figlia la ha già e non ne desidererebbe altre, comunque sul problema si confronta (i due si parlano più di quel che fanno tante coppie, che rimandano e evitano i temi scottanti), come fa con le amiche, con vari medici, con l’I Ching e altri strumenti legati al caso e alla sorte, ma senza mollare la presa, senza smettere di essere un povero individuo in un momento di grandi cambiamenti sociali e esistenziali: il controllo delle nascite e la libertà sessuale hanno cambiato molte cose, ma non si sono strutturate in nuove soluzioni e modelli di vita, anzi di modi di essere.
Questo affascinante, non sempre facile, gomitolo di sogni, pensieri, dubbi, incertezze, disillusioni, che tra angosce e esaltazioni avverte la magia della maternità (e alla magia spesso si affida) ma ne è oppressa dalla razionalità del realismo (e le varie realtà e scelte delle amiche) proprio di tutto questo vive, con le sue radici famigliari nel’Novecento e nell’Olocausto e il suo inquieto presente davanti al tempo che passa. E ‘ il caleidoscopico moltiplicarsi delle possibili e impossibili risposte alla domanda ”Perché si fa un figlio?”.
Quindi una guida per perdersi appresso alla narratrice per lettrici alle prese con lo stesso problema e per lettori che vogliono capire cosa stiano vivendo le proprie compagne.

Restiamo amici oltre truffa e tradimentiIn sala film Grimaldi con Riondino, Roja e De Rienzo

29 giugno 201915:18

– L’amicizia resiste a tutto anche alla truffa quando e’ autentica. Questo l’insegnamento di ‘Restiamo amici’ di Antonello Grimaldi in sala dal 4 luglio con 01. Una commedia, che declina in giallo, tratta dal romanzo di Bruno Burbi ‘Si puo’ essere amici per sempre’ (Newton Compton), prodotto da Gianluca Curti per Minerva Pictures Group con Rai Cinema, in collaborazione con Trentino Film Commission e con protagonisti Michele Riondino, Alessandro Roja, Violante Placido, Libero De Rienzo e Sveva Alviti.
Grimaldi, regista del pluripremiato ‘Caos Calmo’, mette in campo la storia di Alessandro Colonna (Riondino), pediatra ospedaliero, che vive con suo figlio adolescente Giacomo, da quando la moglie Maria e’ morta prematuramente.
Tutti lo esortano a rifarsi una vita a quasi 40 anni, ma lui proprio non ce la fa. Una mattina qualsiasi arriva al pediatra una telefonata dal Brasile; e’ Gigi (Roja), il suo migliore amico, che dice di essere molto malato e chiede di vederlo per un ultimo saluto.
E Alessandro, che ha un cuore d’oro, si ritrova, dopo un lungo viaggio, nella sconosciuta isola di Natal. E qui capisce, che dietro quella richiesta d’aiuto da parte dell’amico, c’e’ anche una questione di soldi. Il padre ha infatti lasciato a Gigi una cospicua eredita’ (tre milioni), ma vincolata alla sua paternita’ perche’ destinata solo a un eventuale nipote. Ma Gigi non ha figli e ormai sta morendo.
Unica soluzione sembra essere quella di fingere, con l’aiuto di Alessandro, la sua morte e spacciare suo figlio, Giacomo, come suo erede. Insomma una truffa bella e buona, con in piu’ l’aggravante di dover attribuire a Maria, alla moglie defunta del pediatra, un tradimento che lei ovviamente non ha mai compiuto.
Accettera’ Alessandro un compromesso che getta la vergogna a tutta la sua famiglia? “Restiamo amici e’ fondamentalmente la storia di un’amicizia messa a dura prova da vari tipi di tradimenti, ma che si dimostra la motivazione piu’ importante per trovare la forza per superare gli ostacoli. O forse no…” cosi’ il regista. E aggiunge : “Il plot riserva molte sorprese, costringendo i protagonisti ad adattare il loro carattere alle mutevoli condizioni proposte dal racconto. Racconto che li portera’ ad abbandonare la loro piccola e tranquilla citta’ di provincia per le enormi ed assolate piazze di Roma, per il mare del Brasile con le sue spiagge”.
Pivio & Aldo de Scalzi firmano la bella colonna sonora del film.

Nastri 2019, sbanca Il traditoreSette riconoscimenti tra cui a Favino e Lo Cascio

29 giugno 201915:31

Alla 73/ma edizione dei Nastri d’argento 2019 sbanca Il traditore. Stravince infatti il film di Marco Bellocchio con sette riconoscimenti: miglior film, regia, sceneggiatura, montaggio, colonna sonora, attore protagonista (Pierfrancesco Favino) e ‘non protagonisti’ Luigi Lo Cascio e Fabrizio Ferracane. Tra gli attori il voto dei giornalisti ha premiato poi Anna Foglietta (attrice protagonista per Un giorno all’improvviso), Marina Confalone (‘non protagonista’ per Il vizio della speranza) e Paola Cortellesi (migliore attrice di commedia per Ma cosa ci dice il cervello). Ancora, a Stefano Fresi (C’è tempo, L’uomo che comprò la luna, Ma cosa ci dice il cervello) doppio premio con il Nastro per il miglior attore di commedia e il Nino Manfredi. E sempre per quanto riguarda la commedia, come già anticipato ieri, film vincitore è risultato Bangla del giovanissimo esordiente Phaim Bhuyian. A Serena Rossi, Nastro speciale per Io sono Mia.

Mucciante, lettura centro racconto RaiDirettore Rai Libri, avremo spazio a presentazione palinsesti

MATERA29 giugno 201919:27

Un impegno reale nella promozione della lettura, un “nuovo peso dei libri nel racconto crossmediale della Rai, tanto che alla presentazione dei palinsesti il 9 luglio a Milano avremo per la prima volta anche un’area dedicata, con i firmacopie dei nostri autori più rappresentativi”: Flavio Mucciante, direttore editoriale di Rai Libri, racconta i progetti del nuovo marchio con il quale Rai Com, dal dicembre 2018, si posiziona sul mercato editoriale. L’appuntamento per parlare della casa editrice è a Matera, nell’ambito del convegno “Ieri, oggi e domani. Presente e futuro del libro in Italia tra rivoluzione tecnologica e nuovi linguaggi della comunicazione”, organizzato proprio da Rai Libri e dedicato all’analisi del mercato editoriale e delle sue componenti eterogenee, tra carta, digitale e tv. “I libri avranno più visibilità nell’ambito dell’offerta culturale della Rai, aumenta il peso che il settore avrà all’interno del gruppo sia in termini di impegno editoriale che in termini di investimento”, spiega Mucciante, “Rai Libri è andata a regime a gennaio scorso, ma abbiamo cominciato a fine dicembre con l’esperimento pilota della Compagnia del Cigno, nell’ambito del quale abbiamo pubblicato 7 libri con i 7 prequel delle storie dei protagonisti della Compagnia prima del loro arrivo al conservatorio di Milano e poi anche un ottavo libro. E’ stato un esperimento positivo per diversi aspetti non solo commerciali, qualcosa mai fatta prima dalla Rai. Questo tipo di operazione culturale a tutto tondo potrebbe essere uno strumento molto forte per avvicinare ai libri le giovani generazioni. Ci riproveremo con un libro sulla serie tv di Rai2 Il collegio, che ha target molto basso tra gli 8 e i 14 anni”. I primi risultati della casa editrice sono già molto positivi: “Il Salone del libro di Torino è stata la nostra prima grande occasione: lì abbiamo debuttato con 8 nuovi titoli ottenendo un grande riscontro di pubblico e l’incremento delle vendite di oltre il 40% sul precedente anno con Rai Eri. L’obiettivo per quest’anno è un catalogo con una trentina di novità”, dice, “in termini commerciali il traguardo è stato fissato in 700 mila volumi distribuiti nel primo semestre 2019 tra librerie ed edicole, che è pari a circa il doppio del dato 2018: quello che è importante è la coerenza tra comunicazione e prodotto, cioè avere un posizionamento preciso sul mercato in quanto casa editrice di un importante broadcaster”. Per quanto riguarda il piano editoriale non ci saranno solo temi e personaggi legati alla Rai: “Siamo partiti da personaggi riconoscibili del mondo Rai ma poi ci siamo aperti a una serie di ambiti non strettamente radiotelevisivi, come ambiente cultura, musica, approfondimento giornalistico, fenomeni sociali. Si tratta di intercettare i cambiamenti della società e di raccontarli anche al pubblico della Rai”. “La Rai ha un vantaggio e una responsabilità rispetto agli altri editori. Il nuovo piano industriale mette al centro i contenuti non pensati per uno sfruttamento solo lineare. Il libro quindi può diventare un elemento centrale nella narrazione del Paese che la Rai vuole raccontare attraverso la radio, la tv, il web, la parola scritta e sulla piattaforma digitale RaiPlay”, prosegue. “Poi c’è la responsabilità sociale – dice ancora – perché la Rai ha il compito di informare e di sensibilizzare sul valore del libro e anche di promuovere la socializzazione della lettura su cui insiste anche l’Aie”. E proprio sull’Aie e sulla critica che gli editori stanno facendo alla nuova legge sul libro, Mucciante afferma: “riprendendo la felice immagine del Presidente Levi, che parla di un mondo del libro che si muove su lastra di ghiaccio ogni giorno più sottile, la richiesta che si rilancia al governo è quella di una politica culturale e di un piano di investimenti in grado di rafforzare il mercato allargando il perimetro sociale dei lettori. La lettura deve essere un grande impegno civile per il Paese”.

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Torna a Firenze quadro rubato da nazisti
Ministri degli Esteri Italia e Germania insieme a palazzo Pitti

29 giugno 201917:19

– Il dipinto “Vaso di Fiori” del pittore olandese Jan van Huysum sarà restituito alla Galleria di Palazzo Pitti a Firenze. I Ministri degli Esteri di Germania e Italia, Heiko Maas ed Enzo Moavero si recheranno a Firenze per l’occasione. Lo fa sapere la Farnesina. La data dell’evento è in via di definizione.
Il dipinto era stato rubato dal museo fiorentino durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale e da allora è rimasto in Germania. Per il ritorno del quadro, Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, alle quali appartiene Palazzo Pitti, si era pubblicamente speso lo scorso mese di gennaio. “Grazie, dunque, alla stretta cooperazione fra i due Ministri Maas e Moavero – afferma la Farnesina in una nota – il quadro, uno dei lavori più importanti del maestro olandese, può ora tornare al posto che gli era stato assegnato, quasi due secoli fa, dal Gran Duca di Toscana Leopoldo II della casa di Lorena”.    “Il ministro Moavero mi ha telefonato stamani, dandomi la bellissima notizia. Con un comunicato congiunto i ministeri degli Esteri di Italia e Germania hanno annunciato la restituzione del Vaso di fiori di Jan Van Huysum a Firenze. Lo ho ringraziato e sono felicissimo di questo risultato, ottenuto in un tempo da record”. Così il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt, commenta l’annuncio del rientro in Italia del quadro rubato dai nazisti. “Non sarebbe stato possibile senza l’impegno straordinario del ministro Bonisoli, dell’autorità giudiziaria e del Comando tutela patrimonio culturale dei Carabinieri. La battaglia è stata dura, oggi c’è una grande vittoria per tutta l’Italia”, ha aggiunto. “Finalmente – aggiunge il direttore – il ‘Vaso di Fiori’ di Jan van Huysum torna a casa sua, dopo 75 anni. Questo capolavoro è un tassello fondamentale nella collezione delle nature morte di Palazzo Pitti, nota per essere unica al mondo sotto il profilo della ricchezza e della varietà geografica delle opere”.
A lanciare alla Germania l’appello per la riconsegna del quadro (anche attraverso un video), trafugato da un militare nazista durante l’occupazione di Firenze nel 1944, era stato lo stesso Schmidt, lo scorso primo di gennaio. Per sottolineare simbolicamente la richiesta, il direttore aveva appeso nella Sala dei Putti di Palazzo Pitti, dove stava un tempo il Vaso di Fiori, una fotografia del dipinto in bianco e nero, corredata con la scritta ‘Rubato’ in italiano, tedesco e inglese.

Conticini ospite Giffoni Film FestivalL’attore romano il 23 luglio incontrerà i giurati

SALERNO29 giugno 201918:11

Paolo Conticini incontrerà i giurati della 49esima edizione del Giffoni Film Festival.
L’appuntamento con l’attore romano è fissato per martedì 23 luglio e sarà l’occasione per ripercorrere i suoi primi venticinque anni di carriera tra cinema, televisione e teatro.
Dagli esordi ai successi che lo hanno consacrato al grande pubblico, lo stesso che oggi lo riconosce come uno degli attori più amati di sempre. E’ riuscito negli anni a calarsi nel migliore dei modi nei ruoli che hanno contraddistinto la sua carriera cominciata nel 1995 con “Uomini uomini uomini” di Christian De Sica. Tra le sue interpretazioni televisive più apprezzate quella del commissario Gaetano Berardi in “Provaci ancora prof”, dove Conticini è alle prese con la scalmanata professoressa Camilla Baudino (interpretata nella serie di Rai 1 da Veronica Pivetti) ed è l’irriverente e simpatico Gus di “Un medico in famiglia”. Successo a teatro con “Vacanze Romane “al fianco di Serena Autieri e soprattutto con il musical “Mamma Mia”.

Serena Rossi, sarò voce Frozen 2 e coach per seduzioneAttrice Nastro Speciale per Io sono mia

29 giugno 201919:26

Interpretare “Mia Martini mi ha un po’ cambiato la vita. L’incontro con questa donna incredibile che ho conosciuto studiandola, ascoltandola, vivendola, mi ha stravolto e continuo a portarmi dietro tante cose belle che mi ha lasciato. Il film è stato un atto d’amore e questo premio è per lei”. Lo dice, commuovendosi, Serena Rossi, Nastro speciale 2019 per la sua interpretazione nel film tv di Rai1 ‘Io sono Mia’. L’attrice torna a Taormina a un anno dai due Nastri d’argento vinti come migliore attrice di commedia e come interprete del brano Bang Bang in Ammore e malavita dei Manetti Bros. Un sodalizio, quello con i due fratelli cineasti, che continuerà anche nel loro film in preparazione, su Diabolik: “non sarò Eva Kant, come i miei colori suggeriscono – spiega sorridendo – ma ci sarò”. A settembre inoltre rientrerà nel mondo Disney con Frozen 2 (in uscita a dicembre), tornando come voce italiana di Anna (“una principessa che si salva da sola, l’amore che vince in Frozen quello per la famiglia”). Sarà anche sul set per l’opera prima dell’amico Giampaolo Morelli Sette ore per farti innamorare: “Interpreto un personaggio tosto, una coach che dà lezioni di seduzione a uomini che non sanno conquistare le donne”. Ha inoltre già finito la lavorazione di Brave ragazze, action comedy di Michela Andreozzi, dove insieme ad Ambra Angiolini, Ilenia Pastorelli e Silvia D’Amico compone una banda di rapinatrici, ed è nel cast di un’altra opera prima, La tristezza ha il sonno leggero, di e con Marco Mario De Notaris “dove sono una figlia dei fiori nostalgica e sempre ‘alterata'”. Fra gli interpreti anche Stefania Sandrelli, nei panni di una capofamiglia sui generis: “è una donna straordinaria, da lei impari tanto anche solo guardandola”. Mamma di Diego, bimbo di due anni e mezzo avuto con il compagno Davide Devenuto, la giovane attrice si fa guidare nelle scelte “dal voler fare cose mai uguali. Voglio trasformarmi, anche cambiando immagine, mettermi costantemente alla prova. Le sfide, anche quando fanno paura, non mi bloccano, ma mi danno la carica, mi esaltano”. L’essere entrata presto nelle case della gente grazie alla TV, da Un posto al sole a Io sono Mia passando per Tale e quale “mi fa sentire da parte delle persone un grande affetto. Ci si aspettano da me cose di spessore e non voglio deludere quel rispetto”. La sua altra grande passione, il canto, la esplora “soprattutto attraverso i film, dove spesso mi chiedono di cantare, come faccio anche in una scena di Brave ragazze. Non penso a un disco mio, e ancora meno ad andare a Sanremo in gara, per quello ci vuole un progetto musicale serio e vero”. Invece, andare al Festival fuori gara (dove è stata quest’anno per promuovere Io sono Mia), “è il mio sogno fin da bambina”. Il cinema intanto continua a regalarle grandi emozioni anche come spettatrice: “Dopo aver visto Il traditore di Marco Bellocchio (vincitore di sette Nastri) ho sentito la spinta ad essere sempre migliore, ci sono così tanta bellezza e bravura in quel film. Ed è bellissimo vedere Bellocchio che cammina qui vicino… anche se non avrò mai il coraggio di andarmi a presentare”.

Al Napoli Festival il teatro cinematografico di Lepage’Kanata’ su storia e realtà autoctoni canadesi

NAPOLI29 giugno 201919:29

– Un nuovo grande romanzo teatrale, spettacolo dal taglio cinematografico di Robert Lepage, ”Kanata – Episode I, La controverse”, arriva in Italia, momento culminante del Napoli Teatro Festival, riproponendone i temi più amati, dalla libertà e l’impegno dell’artista alla questione dell’identità culturale, riportati ancora una volta in un’indagine-memoria che ripercorre la complessa storia del Canada, affrontata in storici spettacoli che vanno dalla grande e affascinante ”La Trilogie des Dragons” al recente ”887”, mentre qui il fuoco è la ricostruzione del tentativo violento di distruzione fisica e dell’identità del popolo dei nativi americani, dei cosiddetti autoctoni. ”Kanata” in irochese vuol villaggio, paese.
Attorno alla figura di una giovane donna, Tanya, senza più radici, sbandata, drogata e incapace di fare i conti con sé stessa, strappata neonata dalle braccia di sua madre, un’indiana Mohawk, affidata in adozione a una coppia di immigrati iraniani oramai ben inseriti, Lepage costruisce una vicenda corale che intreccia la vita appunto di varie persone, esemplari della realtà canadese d’oggi. Si va dai nuovi e vecchi immigrati, come i cinesi dei tempi delle guerre dell’oppio, a autoctoni che sono riusciti a riacquistare un proprio orgoglio, da agenti di polizia poco inclini a occuparsi dei problemi degli autoctoni, spesso ridotti a paria e drogati, ai centri di sostegno per i tossicodipendenti, con la loro igienica assistenza, sino ad artisti che sentono e scoprono l’urgenza creativa e morale di testimoniare il proprio tempo, come implicita denuncia (che è poi quel che fa Lepage stesso), scontrandosi con l’ostilità spesso degli interessati, con i mondi chiusi in difesa sia delle vittime, sia dei persecutori. Del resto sono stati gli stessi autoctoni canadesi a protestare con forza contro lo spettacolo, contestando che qualcuno esterno possa raccontare cosa loro hanno passato e cosa provano. Lepage inserisce così una discussione sulla libertà dell’artista, riguardo alla pittrice francese a Vancouver che lavora a una mostra sul tema della violenza sulle donne autoctone. In scena tante storie, velleità e disillusioni, innamoramenti e abbandoni, egoismi, ipocrisie, gelosie e fraintendimenti di persone in genere prigioniere della propria solitudine. Del resto qui si salvano solo coloro che pian piano riescono, per varie ragioni, ad aprirsi agli altri e scoprirne la fragile ma intensa umanità, così che alla fine molti cerchi si chiudono, le due madri di Tanya si incontrano e accettano dopo che questa è stata vittima di un serial killer che infieriva proprio su sbandate ragazze autoctone disposte a prostituirsi per una dose, e si riuniscono con altri in vario modo legati alla loro vicenda in un finale che pare aprirsi a un segnale di speranza e convivenza.
Il regista-autore con la drammaturgia di Michel Nadeau, qui supportato eccezionalmente dal Thèatre du Soleil di Ariane Mnouchkine di cui utilizza i davvero ottimi e numerosi attori (oltre 30), costruisce un lavoro crudo e impietoso sulle ipocrisie di ieri e di oggi del civilissimo Canada come sempre di grande raffinatezza, che si sviluppa narrativamente col ritmo e il rapido susseguirsi cinematografico di scene, i cui cambio sono un suggestivo spettacolo a sé (firmate e dirette da Ariane Sauvé, mentre le immagini e proiezioni sono di Pedro Pires). E nella leggerezza dell’azione di questa gigantesca macchina, che se ha un limite è nel suo realismo asciutto ma assolutamente poco metaforico, ecco che nascono, accanto a scene simboliche come l’abbattimento di tutti i boschi e villaggi dei nativi, momenti antiretorici di rara intensità, di poesia e commozione, come l’incontro e lo sfiorarsi in un accenno di abbraccio delle due madri. Detto questo e dei meritatissimi e lunghi applausi, bisogna comunque notare che alcuni tagli, a cominciare dalla storia dell’aspirante attore, non avrebbero fatto male alle circa tre ore di spettacolo.

Scatti cinema, assegnati premi ‘Cliciak’Dall’1/7 foto concorso in mostra alla Biblioteca Malatestiana

CESENA29 giugno 201914:29

Stefano C. Montesi (Michelangelo infinito), Mario Spada (Capri Revolution), Angelo R. Turetta (Il nome della rosa), Franco Oberto (Soledad), Anna Camerlingo (I bastardi di Pizzofalcone 2) e Eduardo Castaldo (L’amica geniale) sono i vincitori della 22/a edizione del concorso per fotografi di scena ‘Cliciak-Scatti di cinema’, promosso dal Comune di Cesena con la Fondazione Cineteca di Bologna. I premi sono stati assegnati da una giuria di addetti ai lavori (Marina Alessi, Cesare Biarese, Gianfranco Miro Gori, Paolo Mereghetti e Michele Smargiassi) tra 2.100 foto di scena, presentate da 62 autori, a documentazione di 102 tra film, corti e serie tv. Numeri – sottolineano i promotori – che confermano l’interesse per un’iniziativa unica nel suo genere in Italia, dedicata a valorizzare il lavoro dei fotografi di scena attivi sui set delle produzioni cinematografiche e televisive delle ultime tre stagioni. Le più belle foto saranno esposte dall’1 luglio al 9 settembre alla Biblioteca Malatestiana.

Jane Campion, Metoo come fine Apartheid’Niente come prima, voce artiste su stesso livello di uomini’

BOLOGNA29 giugno 201919:25

on il movimento #Metoo la situazione delle donne non sarà mai più come prima: è stata come la fine dell’Apartheid”. A domanda diretta, in un primo tempo non ha voluto rispondere (“Me la fanno sempre, sono abituata…”), poi Jane Campion sceglie di non tirarsi indietro: “È chiaro a tutti che la voce delle artiste deve essere posta allo stesso livello degli uomini o vogliamo dire che non siamo abbastanza brave? Io non credo proprio”, spiega la regista neozelandese, in visita a Bologna per una serie di appuntamenti al Festival del Cinema Ritrovato, che culmineranno domani sera con la proiezione in piazza Maggiore della versione restaurata di ‘Lezioni di Piano’, Palma d’Oro a Cannes nel 1993. Proprio quel riconoscimento resta l’unico assegnato a una regista donna nella storia del festival francese. “Per molti anni il sistema dei finanziamenti è stato gestito da una struttura patriarcale, impenetrabile fino a poco tempo fa”, attacca la Campion. “Ma ormai nulla sarà come prima, tutto è cambiato anche se, comunque, dobbiamo continuare ad abbattere questo muro con qualsiasi mezzo a disposizione”. Inevitabile, in Italia, l’omaggio a Lina Wertmuller, che a fine ottobre riceverà il premio Oscar alla carriera: “È un’eroina, una rivoluzionaria, sono felicissima che verrà premiata”. Un amore, quello verso la Wertmuller, che arriva da lontano: “Ho visto i suoi film, ‘Pasqualino Settebellezze’ e altre opere in bianco e nero, a Sydney e venne anche a parlare alla mia scuola di cinema – rivela Jane Campion – Si sedette e ci incoraggiò a rubare tutto il possibile per fare un film, con tutti che la guardavano con stupore e meraviglia: ne rimasi davvero impressionata”. Un modello, insomma, insieme a Liliana Cavani, “un’altra regista che amo”. Campion non ha nascosto il suo affetto verso ‘Lezioni di Piano’, che la lanciò sul palcoscenico internazionale: “Mi ricordo il primo giorno di riprese come fosse ieri: mi ero comprata un buffo cappello, delle calze con dei girasoli e gonna blu per apparire un po’ sciocca e permettermi di fare tutto quello che volevo”. Restaurarne la copia originale è stata “una grande esperienza”, perché “rivedendo il dvd, mi sono accorta che non era rimasto nulla del colore originale e così abbiamo preso questo lavoro molto seriamente e siamo riusciti a portarlo a termine”. E ha rivelato che l’iconica immagine del pianoforte in mare nacque per necessità: “Dovevamo girare, ma l’acqua si era mangiata tutta la spiaggia, così ho pensato di metterlo lì comunque”. Quanto ai prossimi progetti in cantiere ora c’è ‘The power of the dog’, che vedrà protagonisti Benedict Cumberbatch ed Elisabeth Moss, tratto dal libro di Thomas Savage: “Me ne sono innamorata e forse perché ormai tante registe raccontano storie per donne, per me è venuto il momento di tracciare un ritratto maschile”. Un uomo diverso però, promette Campion: “Ci sono molti stereotipi nella rappresentazione maschile, ma a nessuno piace un uomo che sia esclusivamente uomo e non lasci trapelare un lato femminile”. E Cumberbatch, “come tutti i grandi uomini, ha questa grande componente in sé e io mi sto divertendo moltissimo, mi sento liberata”.

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Eccezionale a Roma, spunta affresco medievale intatto
Nascosto da 900 anni in un’intercapedine a Sant’Alessio

29 giugno 201914:57

Il grande mantello color della porpora sulle vesti succinte del pellegrino, la mano alzata quasi a voler presentare la maestà del Cristo che accanto a lui benedice i fedeli. Nascosto da un muro per quasi 900 anni, riemerge a Roma in un’intercapedine nella chiesa di Sant’Alessio all’Aventino, un grande affresco medievale dai lucenti colori in incredibile stato di conservazione. “Un ritrovamento assolutamente eccezionale”, illustra la storica dell’arte Claudia Viggiani, autrice della scoperta, “anche per l’iconografia rarissima dei due personaggi che si riconoscono nella parte del dipinto al momento visibile, con tutta probabilità proprio Sant’ Alessio e il Cristo pellegrino”.

Ritrovato dopo una lunga indagine partita da un antico documento, il dipinto, assolutamente inedito, è stato messo in sicurezza dalla restauratrice Susanna Sarmati con un progetto finanziato dalla Soprintendenza Speciale di Roma guidata da Francesco Prosperetti. Riferibile alla metà del XII secolo l’affresco è realizzato su sfondo nero e inquadrato da una cornice policroma di “eccezionale raffinatezza e dai colori ancora incredibilmente intatti”. Anzi, come sottolinea la restauratrice Sarmati che in queste ore ha mostrato  l’opera a diversi  esperti del settore, “In nessun affresco medievale si è mai vista una cornice così ben conservata”.

Nella chiesa delle origini, spiega Viggiani, occupava la parete della controfacciata, in una posizione di rilievo dovuta anche alla fama che accompagnava in quell’epoca le vicende di Sant’Alessio.E proprio il rispetto devozionale per il santo, che in qualche modo sembra aver fatto da trait d’union tra la Roma pagana e quella medievale, sarebbe alla base dell’incredibile conservazione del dipinto. “Chi ristrutturò la chiesa nei secoli successivi murando la controfacciata fece comunque attenzione a proteggere l’affresco”, spiega Sarmati. Tanto che probabilmente una piccola parte di questo, con il volto di Sant’Alessio, rimase per secoli a disposizione dei fedeli attraverso una feritoia aperta sull’interno della chiesa.Attualmente il dipinto misura 90 centimetri di larghezza per oltre 4 metri di altezza. Un’altra porzione, grande almeno altrettanto, è ancora nascosta dal muro. La storica dell’arte è decisa a riportarla alla luce: “Lo dobbiamo ai romani – dice – e ci aspettiamo ancora sorprese”

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