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Perché il Venezuela vuole annettere la Guyana Esequiba e perché si rischia la guerra

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Ultimo aggiornamento 6 Dicembre, 2023, 01:06:43 di Maurizio Barra

Domenica 3 dicembre il governo di Nicólas Maduro ha indetto un referendum a cui erano chiamati a partecipare tutti i venezuelani. Secondo le cifre comunicate dalle autorità ufficiali hanno votato 10,5 milioni di persone, ma stando all’opposizione il numero sarebbe falsato e si ridurrebbe a 2,5 milioni. Nessuno è in grado di stabilire una verità oggettiva. Sempre secondo i dati ufficiali il sì ai cinque quesiti proposti nella consultazione avrebbe superato il 90 per cento. Un vero successo; anzi, un trionfo secondo quanto hanno dichiarato lo stesso presidente e gli alti dirigenti governativi.

Cosa chiedevano i cinque quesiti del referendum?

Primo: se si concordava nel respingere l’accordo, definito fraudolento, siglato nel Lodo arbitrale di Parigi che nel 1899 assegnò alla Guyana, all’epoca colonia britannica, la sovranità sulla fetta di territorio chiamato Esequiba.

Secondo: ritenere il secondo accordo di Ginevra, raggiunto nel 1966, anno in cui la Guyana ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna, come unico strumento giuridico valido per raggiungere una soluzione pratica e soddisfacente alla controversia sul territorio rivendicato.

Terzo: disconoscere la competenza giuridica della Corte internazionale di giustizia dell’Onu per risolvere tale controversia.

Quarto: opporsi con ogni mezzo, nel rispetto della legge, alla pretesa della Guyana di disporre unilateralmente di un mare ancora in attesa di delimitazione.

Quinto: creare lo Stato di Guyana Esequiba, con l’avvio di un piano di sviluppo accelerato di assistenza globale per la popolazione che comprende la concessione della cittadinanza e della carta d’identità venezuelana, incorporando di conseguenza detto Stato nella mappa del territorio venezuelano.

Perché il Venezuela rivendica la Guyana Esequiba?

Quando la Spagna fondò il Capitanato generale del Venezuela, la Esequiba faceva parte integrante di questo territorio. Quando, nel 1811, ottenne l’indipendenza rimase nella sovranità del nuovo Venezuela. La cosa si complicò quando il Regno Unito firmò un patto con i Paesi Bassi per acquisire 51.700 chilometri quadrati a Est del Venezuela. Il trattato non definiva il confine occidentale di quella che sarebbe diventata la Guyana britannica. Londra incaricò un esploratore che suggerì di creare la linea Schomburgk, a suo nome, che prevedeva 80mila chilometri quadrati di terra in più. La questione finì a Parigi dove un arbitrato internazionale attribuì in maniera definitiva tutto il territorio indicato al Regno Unito. Il verdetto fu contestato anche sulla base di un memorandum dell’avvocato americano Severo Mallet-Prevost, difensore del Venezuela nell’arbitrato di Parigi, nel quale denunciava che il verdetto era stato frutto di un compromesso politico e che i giudici non erano stati imparziali. Il Lodo venne quindi considerato nullo dal Venezuela, che pretese di riformularlo. Nel 1966 la Gran Bretagna riconobbe la fondatezza delle rivendicazioni del Venezuela e nell’accordo di Ginevra si concordò di trovare soluzioni soddisfacenti per entrambi.

Perché tanto interesse improvviso?

Perché dopo quasi mezzo secolo la Guyana scoprì di avere un tesoro immenso nel suo sottosuolo. L’Esequiba, 159mila chilometri quadrati nella maggioranza avvolti da una fitta foresta e senza abitanti, si trova nel cuore dello Scudo della Guyana, una zona che possiede grandi riserve di oro, rame, diamanti, ferro, bauxite e alluminio. Ma al largo delle sue coste conserva anche immense sacche di petrolio che la Exxon Mobil, industria statunitense, ha scoperto nel 2015. Oggi sono 46 i siti che raccolgono riserve di greggio per undici miliardi di barili, lo 0,6 per cento del totale mondiale. Un tesoro naturale che ha proiettato la Guyana al primo posto dei Paesi più ricchi della regione dopo essere stato il più povero.

A quanto ammonta il Pil della Guyana?

Nel 2022 è stato del 57,8 per cento, l’incremento più alto del Continente sudamericano. Si stima che quest’anno dovrebbe crescere di un altro 25 per cento. Oltre ai fossili e alle materie prime, il Paese dispone di una vasta rete di risorse idriche che la rende un paradiso naturale rimasto incontaminato.

Oltre ai motivi economici, cosa spinge il Venezuela a giocare questa carta?

Molti osservatori e analisti sostengono che esistono anche motivi politici. Sono legati alla profonda crisi in cui vive il regime di Maduro che ha bisogno di rilanciare un consenso precipitato al 15 per cento, secondo recenti sondaggi. Puntare sul nazionalismo e risollevare lo spirito patriottico serve a coagulare attorno al presidente chavista un’adesione a un progetto che mostra molti limiti. Coinvolgere la popolazione su un referendum offre la possibilità a Maduro di dimostrare che il suo governo è in grado di organizzare delle consultazioni in modo trasparente così come chiede la comunità internazionale per le elezioni presidenziali che si dovrebbero tenere entro la seconda metà del 2024. Infine, mobilitare milioni di venezuelani è anche una risposta alla massiccia adesione alle primarie dell’opposizione che ha visto prevalere la leader della destra Corina Machado, probabile candidata alle prossime elezioni nelle quali sfiderà Nicolás Maduro.

C’è il rischio di un conflitto?

Il presidente venezuelano non è disposto a cedere il potere. È capace di fare di tutto. Anche di forzare la mano e di annettere con la forza la Guyana Esequiba. L’esito del referendum potrebbe persino legittimarlo agli occhi del suo elettorato e non solo. Ma sa anche che sia la Gran Bretagna sia gli Usa non sono disposti a lasciargli campo libero. Il rischio di un ennesimo conflitto esiste. Per il momento sale la tensione con il Brasile, che confina con entrambi i Paesi, e la stessa Guyana, che ammassano truppe lungo le frontiere. Il Venezuela va avanti come da programma: da ieri ha iniziato ad aprire delle strade nella giungla dell’Esequiba e ha mobilitato alcuni contingenti di soldati che hanno portato medicine e cibo, oltre che sostegno logistico, nei villaggi che si trovano subito dopo la frontiera.

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